domenica 30 marzo 2008

La Sinistra non vi piace ? Neanche a me - da Liberazione del 30-03-08


di Graziella Mascia - da Liberazione del 30-03-2008

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«Andrò a votare la Sinistra arcobaleno solo perché una voce di sinistra sopravviva», scrive Alessandro Dal Lago», «...Perché mai dovrebbero costoro essere convinti a votare a sinistra da retoriche di tipo ecologista, da quell'appello alla mobilitazione generale per salvare la Sinistra (e naturalmente la Politica) che ricorda l'appello a votare il panda?», si chiede Sandro Mezzadra.Perché é così difficile questa campagna elettorale? Perché, fra attese e speranze, puoi trovare facilmente quello che ti dice: "Alla fine ti voterò, ma sono deluso?"Non c'entra il voto utile, il pareggio. Alla fine il timore di un paese all'americana, con due soli partiti sempre più simili, può superare lo scetticismo e premiare una Sinistra che vuole tenere aperto uno spazio pubblico. Ma non basta. Quello che ci si chiede è un impegno di rinnovamento profondo che va oltre, è un progetto che guarda al dopo.Chi non ha ancora sentito, in questa esperienza di campagna elettorale, sciogliersi le diffidenze, solo dopo aver nominato il soggetto politico del dopo?Per questo, forse è arrivato il tempo di guardare in faccia i problemi, di iniziare la ricerca per il dopo.C'è una distanza che ci separa dagli operai, che considerano la politica "altro", dai loro vissuti quotidiani, fatti di salti mortali per arrivare a fine mese, di ricatti del padrone che cancella diritti e norme di sicurezza, e circondato da un progressivo disconoscimento sociale che li ha costretti a un'identità collettiva separata.
Come c'è la difficoltà di generazioni più giovani a sentirsi parte di esperienze politiche, che portano il segno della fabbrica fordista e delle lotte degli anni 70, mentre loro sono nati sotto sotto il segno della precarietà e della dipendenza economica dai genitori.Ma, quando, non le critiche, ma la distanza da noi coinvolge intellettuali di prim'ordine, che certo non fanno fatica a copmrendere le difficoltà oggettive nel rapporto con i poteri forti, e , semmai, hanno da insegnarci sui nuovi fenomeni mondiali, il discorso è diverso. Vuol dire che qualcosa si è rotto.La questione non è il fatto di essere andati al governo, nè tantomeno il " quanto " abbiamo portato a casa. Il punto è " come " abbiamo affrontato questa esperienza, il come noi stessi siamo sembrati " parte " di quelle istituzioni o di quel governo, nonostante le battagle parlamentari condotte o le manifestazioni organizzate. Nessuno, mi pare, dubita del nostro programma, e la domanda va oltre il rapporto con le istituzioni o il governo. Riguarda il nostro agire poltico, la mancata condivisione, di un percorso, e , soprattutto, la non corrispondenza tra dire e il fare." Voi 8, noi 6.000.000.000 " - diceva lo slogan contro il G8 che ha fatto vincere il movimento, nell'immaginario di milioni di giovani da Seattle a Genova.In quelle parole c'era tutto: al denuncia di vecchie e nuove ingiustizie, ricerca e proposte alternative discusse in migliaia di incontri, storie locali e lotte collettive. Ma soprattutto c'era una critica al potere, agli assetti consolidati, ai luoghi di decisione a-democratici, a ogni forma di autoritarismo.E c'era un'allusione a nuove pratiche politiche , a nuove esperienze di rappresentanza e di democrazia diretta. Ecco, qui sta il punt, la delusione, la distanza. La critica non perchè non siamo ancora riusciti a cambiare il mondo, ma è perchè non siamo riusciti a cambiare noi stessi. A un processo di innovazione nella cultura politica non ha corrisposto nessuna innovazione organizzativa. Abbiamo pensato di poter cambiare tutte le idee senza cambiare gli strumenti per realizzarle. E così la nostra elaborazione sulla non violenza e sulla critica al potere si è persa. E così la critica femminista, al simbolico della cultura maschile, non ha cambiato di segno la pratica di relazione politica, il rapporto quotidiano nello stare insieme, la valutazione del fare nella selezione dei gruppi dirigenti, la logica di costruzione delle liste. Riusciamo a portare più donne nelle istituzioni e nei luoghi di direzione, e non è poco, ma questo ancora non ha rotto le dinamiche classiche, di competizione conformiste e allo stesso tempo aggressive, che la sinistra storicamente riproduce. Non è solo un problema di partiti. Sono questioni che riguardano tutti i soggetti che hanno fatto il movimento. Ma noi abbiamo una responsabilità in più, che ci deriva dalla delega istituzionale che chiediamo.Penso che dobbiamo ricominciare da qui, da un lavoro di cura, della ri-costruzione di una pratica di relazione, di apertura e di inclusione non parolaia, dalla condivisione collettiva di una ricerca progettuale. In luoghi di agio e di scambio di saperi.E' tempo di ricominciare, di ricominciare proprio tutto, di riprovarci. E soprattutto in nome della Sinistra del dopo 14 aprile possiamo chiedere oggi un voto.

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Abbiamo pubblicato questo articolo scritto da un importante esponente del Prc, pubblicato oggi su Liberazione. Non ne condividiamo in parte i contenuti e seppur brevemente, ne esplicitiamo i motivi.

Lo spunto è stato l'interessante articolo del professor Dal Lago di qualche giorno fa ( e che è possibile leggere anche su questo sito ).
Innanzitutto, non condividiamo la liquidazione della teoria del “ voto utile “ come elemento di difficoltà della SA. Chiunque è impegnato nei territori, nel proprio ambito di lavoro per questa campagna elettorale sa benissimo che questo elemento pesa molto tra i lavoratori, tra i giovani, tra i pensionati, specie tra quelli meno “ politicizzati “ e tra quelli giustamente “ antiberlusconiani “ doc. L’attacco pesantissimo subito nei cinque anni del governo Berlusconi ha fatto si che la sola idea di un suo ritorno al governo faccia fare quadrato intorno all’unico partito percepito come una possibilità concreta ad ostacolare la vittoria del centro destra. Gli appelli, l’agitare lo spauracchio delle grandi intese, dei programmi simili ( elementi più che reali ) potranno fare presa tra i militanti, tra i maggiormente politicizzati, ma convincere fasce larghe di persone è un compito molto arduo, anche se non inutile.
E’ vero in parte poi, che la speranza di un “ dopo “ per il soggetto unico sciolga alcune riserve, la voglia diffusa – come anche l’esigenza – di unità delle sinistre è da considerare, ma non crediamo sia ora questo elemento a fare la differenza, a spostare i grandi numeri. E’ un ragionamento ancora troppo interno alla politica e a chi la fa più o meno per “ mestiere “.
Terzo punto. E’ palese che la distanza, lo scollamento tra gli operai, tra i ceti più deboli e la Sinistra : è un dato di fatto. Ma lo si voglia o no, la questione del governo, dell’ormai scorso governo, è centrale. Perché nel 2006, le aspettative legittime dei ceti popolari sono state tradite. Ai lavoratori, poco interessa il “ come abbiamo affrontato questa esperienza “ : si era accettato un programma ( una mediazione in linea di massima al ribasso ) che comunque non è stato attuato. Ad un giovane precario, ad un operaio, ad un pensionato al minimo poco importa se le pratiche della Sinistra non hanno portato ad un cambiamento di “ noi stessi “, se le innovazioni politico-culturali non sono state sufficienti ( siamo sicuri poi che erano tutte necessarie ? ) , loro si aspettavano un cambiamento della politica, di quella sociale ed economica in primis, ma i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Fa bene poi Graziella Mascia ad evidenziare il limite avuto tra “ il dire ed il fare “, ma è o non è necessaria una assunzione di responsabilità da parte di chi, in più momenti, è stato il più strenuo difensore di un governo lontano dalle aspettative popolari ? E’ questa ovviamente, non una critica ad personam, ma ad un interno gruppo dirigente.
Si crede davvero che il non investimento sulla non-violenza ad esempio ( concetto che accettiamo qui ed ora, ma che non riteniamo utile assolutizzare ) sia stato tra le cause della frattura tra la Sinistra ed una parte consistente del suo blocco sociale ?
Noi crediamo di no . Crediamo che sarebbe stato utile puntare su alcuni punti politico-programmatici, concreti e su quelli fare battaglia, senza se e senza ma. Invece, la timidezza nel produrre conflitto su temi caldi ( in quanti territori si sono create discussioni molto forti sul fatto che l’adesione alla tale lotta o alla tale manifestazione sarebbe stata vista come un attacco al governo…) , ha portato ad una - almeno in parte - perdita di credibilità.
La composizione dei gruppi dirigenti poi, è altro elemento fondamentale : sia a livello nazionale che locale. E’ il limite, a nostra giudizio, non è stata tanto la “ critica femminista al simbolico della cultura maschile “ ( non che il problema non sia reale ), quanto il fatto che spesso è stata la fedeltà a quello o a quell’altro dirigente ad influire nella creazione dei gruppi dirigenti. Una forza di Sinistra non può permettersi cose del genere.
Ora va chiesto un voto con forza, per spezzare il duopolio liberista, per mantenere in vita una speranza ed una voce “ fuori dal coro “ , ma dal 14 aprile è necessaria la buona volontà, i contributi e l’onesta intellettuale da parte di tutti per costruire una Sinistra larga, forte, plurale e credibile : ma per fare questo, è necessario che essa sia ben organizzata ( lo scontro per l’egemonia tra i ceti popolari contro la “ fortezza “ PD ci obbliga ad un soggetto ben strutturato ) e soprattutto realmente alternativa ed autonoma dal riformismo moderato.


Sinistra Socialista

mercoledì 26 marzo 2008

Sinistra, sono deluso ma ti voto

di Alessandro Dal Lago da Liberazione del 25/03/2008
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Mi hanno chiesto di sottoscrivere un appello per la Sinistra arcobaleno. Sono un po' in imbarazzo perché sta per uscire un mio breve pezzo su "Micromega" in cui, tra il serio e il faceto, ma con amarezza, dico che oggi, a un meno di un mese dalle elezioni, non voterò il Pd, in quanto partito centrista di cui non condivido praticamente nulla, ma non voterei nemmeno la Sinistra arcobaleno, perché sono un elettore (di Rifondazione) profondamente deluso.A rischio di sembrare tentennante o pentito, accolgo l'appello, ma resto profondamente deluso. Andrò a votare la Sinistra arcobaleno solo perché una voce di sinistra sopravviva nel nostro desolante panorama politico, non perché condivida gran parte di ciò che ha fatto negli ultimi due anni. Non sono iscritto a un partito (non lo sono mai stato) e ho rapporti del tutto labili con la società politica: qualche dibattito, appelli. Ho collaborato con realtà della sinistra radicale in materia di diritti umani e sociali. Scrivo sul Manifesto e qualche volta su Liberazione . Sono un po' disimpegnato, forse. Ma dal mio punto di vista di cittadino qualunque, i due anni trascorsi sono stati peggio che depressivi. Non una delle ragioni per cui avevo votato nel 2006 ha trovato soddisfazione pratica nell'azione della sinistra radicale al governo. L'abolizione dei Cpt. Interventi reali contro il precariato. Il ritiro dall'Afghanistan. Pacs e Dico. La commissione di inchiesta su Genova. La laicità dello stato, e così via. So bene che i tre partiti della sinistra allora al governo ci hanno anche provato, ma non ci sono riusciti, per i motivi che sappiamo. Aggiungo che l'immissione dell'ex-sinistra Ds nell'arcobaleno non mi riempie di gioia. Scusate la franchezza, ma se Mussi si fosse occupato un po' di più, e con idee più chiare, del suo ministero, l'università, l'istituzione in cui opero, non sarebbe al collasso (perché di questo si tratta). Dubito fortemente che i docenti universitari di sinistra lo voteranno. Ma quello che ritengo veramente indigesto è il contrasto tra la realtà e la retorica. Il modo verticistico con cui le quattro formazioni si sono aggregate. Una composizione delle liste, che non rispecchia la società italiana, ma il modo in cui il ceto politico vede la società italiana. L'usura di leader che hanno frequentato troppo Porta a porta e Ballarò . L'ammiccamento spesso strumentale alle realtà di base o antagoniste. E smetto qui, anche se la mia lista è molto più lunga. Sì, se a rappresentare in parlamento un minimo di decenza resterà solo, per dire, una Bindi, sarebbe una tragedia storica. E per quello confermo che andrò a votare. E quindi sottoscrivo l'appello. Ma credo che in questo paese una sinistra debba ricominciare in luoghi ben diversi dal parlamento e dal governo.
Riteniamo opportuno pubblicare questo intervento perchè lo valutiamo come simbolico di un malessere abbastanza diffuso tra gli elettori - e i militanti - della sinistra. Lo riteniamo in molte parti condivisibile, specie quando mette in evidenza le grandi difficoltà delle sinistre nel governo Prodi e nel verticismo delle operazioni che hanno portato alla nascita de La Sinistra - L'Arcobaleno finanche la composizione delle liste. Solo evidenziando i problemi si potrà costruire una Sinistra forte e radicata. Nasconderli non giova a nessuno, specie nel lungo periodo.
Sinistra Socialista

sabato 22 marzo 2008

Qualche riflessione

Siamo in piena campagna elettorale. Tabelloni, manifesti, trasmissioni televisive, banchetti e comizi. Proviamo a fermarci per 5 minuti per fare qualche breve considerazione. Ci stanno provando disperatamente, ognuno nel proprio campo, a far apparire queste elezioni come una partita a due, tra Pd e Pdl, o meglio, tra Veltroni e Berlusconi. Appelli al voto utile, mass media in tal senso egemonizzati e via discorrendo. E' evidente ormai a tutti come le differenze - non di stile ovviamente - programmatiche tra le due formazioni siano minime ed anticipano quello che potrebbe portarci il futuro : due blocchi che si combattono, se necessario ( per il " bene " del Paese... ) si uniscono, ma in buona sostanza, sempre appogiando le regole imposte dal Gran Capitale. Con l'ennesima accellerazione da parte di chi ha ancora più voglia di accreditarsi come vero rappresentante dell'irrappresentabile : per semplificare, l'operaio, ma anche il padrone. Le analogie con quanto succedeva in alcuni stati del Sud America non sono fuori luogo : il grande partito - a suo dirsi progressista - in realtà, specie nei temi economici di destra - e il partito di destra, sempre più " nazionalmente " protezionista e forse capace di - almeno a breve termine - di essere meno liberista. Tutto condito dalle pulsioni leghiste con tutto il loro armamentario politico-ideologico e dall'altra parte dalla reazione dipietrista, con la mai sopita di voglia di un paese governato dalla magistratura. Vedremo l'evolversi della situazione, ma il presente non ci fa ben sperare. Sia nel caso di una vittoria di uno, che dell'altro...o nel pareggio. Su questo torneremo nei prossimi giorni.
Comunque per chiudersi, questo triangolo ha bisogno di un terzo attore. A lui, a lei, si aggiunge l'altro : il sempre verde centro, appoggiato da parte delle gerarchie cattoliche al nord e al sud da tanti piccoli notabili locali, mobili come scooter nel traffico. Gente che moderata lo è solo a parole. Il centro spera di fare l'ago della bilancia, a creare subito dopo le elezioni un'asta politica, dove l'oggetto in vendita è il suo " appoggio " : di qua, di la, tutti insieme...Gli altri, sono poco più che comparse più o meno nobili di questa grande commedia. La destra-destra che cerca di unire Briatore al fascismo ma comunque sempre pronta a rientrare nei ranghi del Berluscon-partito; il Partito Socialista, a cui va comunque va riconosciuto il coraggio politico per la scelta autonoma ed orgogliosamente identitaria, nonchè per il tener duro sui temi della laicità; le tante liste più o meno personali ed il folklore delle liste comuniste : una gara a chi la spara più grossa.

Poi c'è la SA. Il travaglio pre-elezioni è stato complesso, sofferto. La questione del nome, del simbolo e della presenza o meno della falce e martello. Discussione importante sia chiaro, ma che è evidente, non ci ha favorito dato che ha aumentato le tensioni, oltre a farci perdere tempo, prezioso come oro in una campagna elettorale come questa. La composizione delle liste è una delle cose di cui non si dovrebbe essere fieri. Sull'esclusione di compagni in base al numero dei mandati non siamo d'accordo : perdere il contributo parlamentare di alcuni compagni validi è un lusso che la Sinistra non può permettersi. Passi per chi è in parlamento da vent'anni, ma non crediamo sia questa la strada per un rinnovamento politico-culturale e non crediamo il rinnovamento, specie se solo generazionale, sia un valore in sè. Sarebbe stato poi opportuno dare maggiore ascolto ai territori, il non averlo fatto ha creato grossi malumori, oltre a qualche testa di lista discutibile. In un momento molto delicato come questo, l'obiettivo sarebbe dovuto essere quello di tenere i partiti il più uniti possibile al loro interno e poi tra loro. Non era una cosa facile, e infatti questo obiettivo è stato raggiunto solo in una piccola parte. Inoltre, la campagna elettorale della SA è stata fino adesso troppo pregna di discussioni sul futuro, su come ognuno intende il soggetto unitario o su chi - posizione legittima - non lo vuole affatto. E' una discussione di fondamentale importanza, ma che proprio per questi crediamo sia fondamentale farla " a bocce ferme ", per non farsi influenzare da facili entusiasmi o ancora peggio da rancori che magari con la politica hanno poco a che fare. Purtroppo la discussione, in varie forme, è in corso ed è evidente che sta condizionando la campagna elettorale. In alcuni territori in modo positivo, ma in altri e sono forse la maggior parte, in modo negativo. Quando si è ancora all'inizio del percorso, chiunque pretenda di imporsi, compie un errore molto pesante. La discussione sul futuro della soggetto unitario, ma più in generale sul futuro della sinistra in Italia è un tema delicatissimo, che interesserà tutti nei prossimi mesi. Nei 4 partiti ma non solo : è innegabile che la prospettiva unitaria stia parlando anche al di la dei confini del Prc, Sd, Pdci e Verdi. Ciascuno lavorerà per gli obiettivi che ritiene più giusti.
Noi continuiamo a pensare che la necessità di una Sinistra plurale, anticapitalista, non residuale e culturalmente non minoritaria, con forte ispirazione socialista di sinistra sia fondamentale. Ci impegneremo in questa campagna elettorale anche per questo.

Sinistra Socialista

venerdì 21 marzo 2008

E' la crisi epocale del liberismo. Ci vorrebbe Keynes

di Alfonso Gianni

da Liberazione del 20/03/2008
"Verrà un altro 1929?" così, a partire da quell'anno fatidico, si interrogavano gli americani ad ogni scricchiolio di Borsa. Ce lo raccontava John Kenneth Galbraith nelle prime righe del suo fortunatissimo libro "Il Grande Crollo". Correva l'anno 1954, ma è lecito credere che gli americani si siano posti lo stesso quesito più volte in questo mezzo secolo. Ed ancor di più se lo pongono ora che la crisi è tornata a mordere con inusitata durezza.Secondo Alan Greenspan, uno che se ne intende, visto che ha guidato la Federal Reserve americana per vent'anni, si tratta della più grande crisi del dopoguerra. E' forse prematuro dire se ha proprio ragione o no. Probabilmente bisognerà aspettare l'anno prossimo per avere un censimento completo dei potenziali insolventi. Intanto è sicuramente vero che la crisi si sta acuendo ed allargando di giorno in giorno (come del resto aveva previsto con grande lucidità Nouriel Roubini, titolare di un'importante cattedra di economia a New York). Siamo infatti già giunti alla fase di una crisi generalizzata di liquidità, malgrado i soccorsi prontamente forniti dalle banche centrali, e al fallimento di importanti banche d'affari, come la Bear Stearns. Né si può dimenticare che questa ultima crisi conferma una micidiale cadenza decennale nelle ricorrenti crisi finanziarie di grande rilevanza: 1987, 1997 e ora 2007 (è nell'agosto dell'anno scorso che è infatti scoppiata la vicenda dell'insolvenza dei percettori di mutui subprime ).Tuttavia ciò che è più importante approfondire non è tanto il carattere dimensionale di questa crisi quanto le cause che l'hanno provocata e quindi le sue caratteristiche specifiche.Se si parte dalle caratteristiche specifiche della crisi, si può probabilmente giungere alla conclusione che siamo di fronte a una crisi finanziaria di tipo epocale, nel senso che ora vengono al pettine tutti i nodi attorno ai quali si è aggrovigliata la crescita dell'attuale globalizzazione capitalista. Questa crisi mette impietosamente in discussione il processo di finanziarizzazione mondiale del capitale dal punto di vista economico e le teorie neoliberiste e monetariste che l'hanno accompagnato sul terreno politico.C'è chi, come Christian Marazzi, l'ha chiamata "la rivoluzione derivata". Si trattava dell'introduzione nel mercato finanziario, a partire dal 1979, di una nuova tipologia di prodotti finanziari, i "derivati", appunto. Si tratta di prodotti che si acquistano e si vendono come qualsiasi altra merce, che non hanno un valore in sé, ma lo derivano da qualunque altro bene ad essi sotteso, che sia di natura squisitamente finanziaria o del tutto concreta, come le stesse materie prime.La loro funzione è quella di proteggere dalla incertezza derivante dalle oscillazioni dei prezzi di qualunque bene, ma il loro scambio non fa altro che fare di quella stessa incertezza una fonte di guadagno. Ne deriva una costruzione rischiosa e estremamente pericolante, esposta a molteplici rischi, che le istituzioni finanziarie centrali non sempre riescono a rintuzzare con tempestività e successo. In questo percorso il bene che soggiace perde via via sempre più di presenza e materialità, al punto che risulta difficile ricostruire l'origine dei derivati. In sostanza essi esprimono il più alto livello di astrazione dal valore d'uso, ben maggiore di quello rappresentato dal denaro stesso.Nulla meglio dei derivati perciò può rappresentare la cifra dell'attuale finanza mondiale. E quando il processo di astrazione giunge al suo limite estremo, per cui quei titoli diventano vuoti di ogni valore, il castello crolla. E' questo lo spettacolo cui stiamo assistendo da agosto ai giorni nostri.C'è chi, come Riccardo Bellofiore, ha definito l'attuale capitalismo come il capitalismo dei fondi pensione. In effetti questi ultimi, insieme ai Fondi comuni di investimento, nelle loro diverse varianti, sono i protagonisti delle più frequenti e spericolate scorribande sui mercati mondiali e della finanziarizzazione della proprietà industriale. Essi hanno la funzione, altamente "politica", di garantire una sorta di consenso sociale di massa, anche se non del tutto consapevole, all'attuale sistema, tramite il rastrellamento del risparmio, obbligato dallo smantellamento della struttura pubblica di assistenza e previdenza sociali.Ma la privatizzazione della difesa dal rischio e della conseguente copertura assicurativa, può giocare dei brutti scherzi. I fondi in questione sono spinti, dall'ansia di garantire le rendite che promettono, ad operare investimenti sempre più rischiosi alla ricerca dei rendimenti più elevati, il che li espone a frequenti fallimenti. E' quanto è accaduto in questi mesi e probabilmente la situazione è destinata ancora a peggiorare.Queste considerazioni non esauriscono però l'individuazione delle caratteristiche di questa crisi. Bisogna infatti analizzare ciò che sta sotto il fenomeno finanziario e monetario, anche se quest'ultimo a sua volta influisce sul sottostante. Come diceva il grande storico dell'economia Marc Bloch, il fenomeno monetario assomiglia a un sismografo che, non contento di segnalare i terremoti, qualche volta persino li provoca.Sotto al disastro dei subprime , se guardiamo in primo luogo all'economia americana, sta una recessione vera, malgrado i tentativi patetici di negarla da parte dell'amministrazione Bush. Tutte le crisi capitalistiche sono crisi di sovrapproduzione, si usava dire una volta. E' vero anche in questo caso. Solo che è più grave che nel passato.In effetti la diffusione dei mutui, dei pagamenti rateali, insomma dell'indebitamento del cittadino americano (e il fenomeno si sta diffondendo anche da noi) corrispondevano esattamente alla necessità di diluire la vendita del prodotto attraverso il tempo, agendo in anticipo sulla effettiva capacità di spesa dei singoli.Ma quel sistema di ammortizzatori finanziari non poteva andare avanti all'infinito. Essendo troppo fragile e complesso doveva prima poi incepparsi. Ed è quanto è successo e sta succedendo.L'intoppo nel sistema dei mutui subprime consiste nel fatto che cittadini a reddito basso e soprattutto discontinuo non sono stati in grado di fare fronte ai debiti contratti. In sostanza la flessibilità e la precarietà su cui il sistema postfordista si è eretto, si rivoltano contro il castello finanziario che è stato fin qui costruito.La mancanza di stabilità del posto di lavoro, portata a esempio della modernizzazione nei rapporti sociali e negli stili di vita dagli apologeti della globalizzazione e del neoliberismo, ha scavato il sistema fin dalle sue fondamenta determinandone le rovinose frane che sono sotto i nostri occhi.Queste ultime disvelano e trascinano con sé la vuota retorica neoliberista. Per la prima volta in modo evidente e generalizzato si scopre o si riconosce che il sistema, senza un intervento statale, non funziona.Giulio Tremonti propone una soluzione reazionaria, avanza una critica da destra alla globalizzazione, ma esprime anch'egli questa diffusa consapevolezza. Le banche centrali corrono in aiuto al sistema bancario privato in difficoltà.La Fed decide in queste ore la più grande riduzione del costo del denaro da un quarto di secolo a questa parte. Solo Paul Volcker nel 1984 fece di più. Ben Bernanke, attuale capo della Fed, non si vergogna affatto di teorizzare il ruolo della banca centrale come «prestatore in ultima istanza» (si noti l'analogia con l'espressione usata da Federico Caffè di stato occupatore in ultima istanza di forza-lavoro, così aborrita dai neoliberisti).Il keynesismo più elementare sembra tornare di moda, visto che tra qualche settimana i cittadini americani riceveranno dal governo, per decisione bipartisan, un assegno tra 600 e 1200 dollari, per soccorrere il loro potere d'acquisto.Solo in Europa la banca centrale rimane ferma e con essa il costo del denaro. Immutabili i risibili vincoli di bilancio di Maastricht, che suggeriscono al nostro Padoa Schioppa, di negare, anche in extremis, la ridistribuzione e persino l'esistenza del tesoretto, certificato dai conti dell'Istat.Mai come in questo momento, proprio mentre si parla di ratificare definitivamente il trattato di Lisbona, è più evidente la necessità di ridiscutere le basi monetariste su cui si fonda l'Europa. Ora è più chiaro di prima, per le ottime ragioni ricordate da Paolo Leon su questo giornale, che è necessario contrastare il disordine monetario internazionale, riproponendo un sistema di accordi che si ponga al livello di quello che fu Bretton Woods per il mondo che usciva dalla guerra.E sconsiglierei davvero di attendere un nuovo conflitto di proporzioni mondiali per mettervi mano.Stiamo assistendo ad una sorta di rovesciamento del caso europeo che Jeremy Rifkin chiamò "sogno". L'attuale crisi può risultare addirittura devastante per tutti o può essere occasione per un cambio radicale di politiche. Dipende anche da noi.Ciò che non si è potuto fare dal governo, per precise responsabilità, può essere perseguito come programma di opposizione. Il superamento del capitalismo non giunge in dono dalle sue crisi, ma dipende dalla soggettività alternativa che si crea.

mercoledì 19 marzo 2008

Con SA per un nuovo Socialismo


Bruno Pierozzi*, 17 marzo 2008, 15:53

Dibattito Il voto alla SA è allo stato attuale l'unica ancora di salvezza per tutti coloro che si richiamano ad una sinistra seriamente riformatrice e tra questi anche per chi ritiene che si dovrà aprire dopo le elezioni una approfondita analisi sul capitalismo attuale e su come costruire una adeguata strategia di alternativa, che per essere tale, deve avere un respiro che valichi certamente i confini angusti dello stato italiano guardando in prima istanza all'Europa



Il 13 e 14 aprile la sinistra politica italiana si gioca il proprio futuro. Su questo punto ritengo che il candidato premier della Sinistra Arcobaleno Fausto Bertinotti non possa in alcun modo essere contraddetto. Il voto alla Sinistra Arcobaleno è allo stato attuale l'unica ancora di salvezza per tutti coloro che si richiamano ad una sinistra seriamente riformatrice e tra questi anche per chi - come me - ritiene che la Sinistra Arcobaleno dovrà in ogni caso aprire dopo le elezioni una approfondita analisi sul capitalismo attuale e su come costruire una adeguata strategia di alternativa, che per essere tale, deve avere un respiro che valichi certamente i confini angusti dello stato italiano guardando in prima istanza all'Europa.
Contrariamente ad alcune forze che hanno dato vita alla nuova aggregazione non ritengo che il futuro di SA debba essere quello della nicchia minoritaria, ovvero delle forze che in Europa si collocano nel gruppo della Sinistra Unitaria Europea. E' venuto il tempo di ricomporre tutta la sinistra all'interno del Partito Socialista Europeo superando le divisioni che nei primi due decenni del novecento portarono a scissioni interne ai partiti socialisti e alla nascita del partito comunista. Nel frattempo vengono buoni segnali dalla vittoria socialista sia in Spagna che nelle elezioni municipali francesi. In entrambe i casi dovrebbe far riflettere molte compagne e compagni la quasi scomparsa delle formazioni alla sinistra dei socialisti.
Come ho avuto modo di scrivere in altre occasioni (su Aprileonline) la frattura politica che portò alla nascita dei partiti comunisti era determinata da una concezione rivoluzionaria della presa del potere, con il conseguente superamento del parlamentarismo e del sistema rappresentativo democratico. Oggi a quasi un secolo dalla rivoluzione bolscevica i partiti comunisti rappresentano una realtà estremamente minoritaria e nei paesi occidentali sono tutti dentro le regole della democrazia rappresentativa, un tempo definita borghese, quindi a rigor di logica sono in contraddizione con le stesse motivazioni da cui nacquero dopo la rivoluzione bolscevica del 1917, avvenimento del quale peraltro affermo essere stato un fenomeno importante di rivoluzione sociale e cambiamento economico per la Russia, che superò secoli di sfruttamento da parte della nobiltà e poi della nascente borghesia. Senza per questo accordare alcuna giustificazione per quanto avvenne in termini di repressione delle opposizioni politiche e sociali avvenute dall'avvento di Stalin in poi.

Sono quindi cadute tutte le motivazioni che portarono alla nascita dei partiti comunisti e sarebbe davvero senza senso perpetuare artificiosamente delle divisioni che non trovano oggi alcuna valida ragione, se non quella del richiamo sentimentale ai simboli e ad una storia che per le nuove generazioni è una storia frutto dei racconti di chi l'ha vissuta, con tutto il carico di sentimenti, ma anche di mai sopiti rancori, che non sono certo utili ad una nuova politica.
Occorre anche a mio avviso aprire subito la fase costituente della SA ed in tale senso mi accingo ad avanzare alcuni temi su cui portare la riflessione subito dopo le elezioni.

La necessità di una alternativa di sistema: pace e decrescita
La crisi dei paesi capitalisti dell'occidente si fa sempre più evidente. La decadenza degli USA è iniziata con l'11 settembre 2001 e la guerra con l'Iraq è stato soltanto un disperato tentativo di usare la risposta militare come strumento per rideterminare una egemonia economica e politica che nei fatti si sta man mano esaurendo. L'incapacità di riprendere il controllo dell'economia mondiale potrebbe a breve sfociare in un nuovo pericoloso conflitto armato in Medio Oriente. Dopo l'Iraq si affaccia infatti lo spettro di un nuovo intervento militare in Iran, con tutte le possibili conseguenze per il dialogo Israele - Palestina e per l'affermarsi di un percorso di pace condiviso, che metta fine ad una assurda guerra permanente tra i due popoli che abitano quella regione.
Nel frattempo la Cina e l'India marciano con uno sviluppo intenso. La Cina dal 2003 vede un incremento del Pil del 10% e nel 2007 ha toccato il tasso più elevato (11,4%) avviandosi a scavalcare la Germania dopo aver già abbondantemente superato Italia, Francia e Gran Bretagna.
Lo sviluppo intensivo di queste economie, se da un lato consente un miglior livello di consumi interni alle popolazioni locali, origina però scompensi che pagheranno sia le popolazioni di riferimento che l'insieme dell'umanità. In particolare l'uso smodato di materie prime, di consumo di fonti energetiche non rinnovabili, avranno a breve una ricaduta immediata sul già debilitato ecosistema mondiale. Come sappiamo il cambiamento climatico è ormai una realtà che richiede interventi strutturali immediati e questo massiccio inquinamento portato dai paesi asistici è davvero catastrofico.
Si pone quindi come problema prioritario delle forze della sinistra e del socialismo internazionale quello di una pianificazione mondiale che metta al centro del nuovo modello di società il tema della decrescita - di cui negli anni recenti si è fatto interprete Serge Latouche - come unica vera alternativa al capitalismo.
L'idea di sviluppo e di consumo propria dell'economia capitalistica intrinsecamente connessa al profitto d'impresa è ormai giunta al capolinea. Il socialismo è oggi come ieri l'unica vera alternativa al modello di produzione e consumo capitalista. Alcuni potrebbero pensare che si voglia rilanciare con la pianificazione l'idea di un nuovo centralismo e del comunismo autoritario. Non è così, si può benissimo coniugare una seria pianificazione con la democrazia e con la partecipazione popolare. Anzi, è proprio dal connubio partecipazione - pianificazione che il movimento socialista può ritrovare i connotati originari della propria elaborazione politica ed economica, dimenticando così la "degenerazione liberista", che ha soggiogato gran parte dei partiti socialisti occidentali dagli anni '80 ad oggi. D'altra parte credo che ebbe ragione Gilles Martinet quando nel suo libro di dieci anni fa "La sinistra al potere" scrisse che non si può pensare alla linea politica del socialismo europeo come qualcosa di statico e immutabile. La storia del socialismo è stata attraversata da diverse fasi, e l'autore affermava in quello scritto che anche la fase " liberista" sarebbe alla fine stata superata, riportando i partiti socialisti europei alle loro politiche tradizionali, in direzione del superamento del capitalismo.

Il capitalismo globalizzato produce aumento della povertà
Il capitalismo della fase della cosiddetta "globalizzazione" sta producendo l'illusione dello sviluppo per i paesi emergenti che stanno aumentando il loro tasso di produzione industriale e nel contempo sta realizzando un arretramento sostanziale del livello di benessere e dei consumi nei paesi occidentali. Nel contempo nei paesi in fase espansiva la ricchezza e il benessere rimane concentrato nelle mani dei nuovi padroni (Cina), oppure resta saldamente appannaggio delle imprese estere che delocalizzano nei paesi più poveri, spostando di volta in volta le imprese là dove il costo della manodopera è sempre più basso.
Ecco dunque che a fronte di un sistema economico che dilapida beni naturali, che distrugge progressivamente l'ecosistema, che produce povertà e sfruttamento intensivo, si fa sempre più pressante l'esigenza di un nuovo governo dell'economia mondiale, ovvero di una alternativa socialista all'autodistruzione imposta dal capitalismo.

La Sinistra Arcobaleno come alternativa ai due liberismi
In Italia il paradosso della attuale situazione politica, determinata in larga parte dal sistema elettorale vigente, consiste nella contesa tra due formazioni partitiche formalmente alternative (PDL - PD) nei fatti molto simili per quanto concerne i contenuti della piattaforma economica. Entrambe le formazioni si richiamano esplicitamente al liberismo economico, entrambe hanno una impostazione interclassista, entrambe non credono alla necessità di riforme strutturali del sistema capitalistico, né di quello italiano, né tanto meno di quello internazionale.
Dunque nei fatti avremmo due partiti intercambiabili, la cui unica differenza consiste (parzialmente) nella politica fiscale. Il PDL è per una impresa sempre più liberata da ogni controllo fiscale, mentre il PD ritiene la lotta all'evasione uno degli aspetti costitutivi della propria politica fiscale. Su questo ultimo versante siamo ovviamente in piena sintonia con il PD.
Per la Sinistra Arcobaleno gli elementi di sintonia con la piattaforma di politica economica del PD finiscono qui. Ci sono infatti nette divergenze su tutta un'altra serie di questioni, prima delle quali è il riconoscimento della precarietà, verso la quale il PD non fa proposte per il suo superamento, ma soltanto di interventi correttivi quali quello relativo alla determinazione di una soglia reddituale minima mensile (1.000 euro). Ma il problema non è quello di una soglia di reddito minima, ma della discussione del sistema produttivo e contrattuale complessivo. Tale discussione riguarda in primo luogo i lavoratori e le forze sindacali che li rappresentano e dunque l'intervento del PD rischia di ingenerare quanto meno confusione su una questione che richiede una ampio confronto tra governo, sindacati e rappresentanze delle imprese. Altra cosa sarebbe invece se il PD avesse chiesto la revisione del sistema dei cosiddetti ammortizzatori sociali e all'interno di questo della definizione di un "reddito di cittadinanza" di riferimento per quanti sono disoccupati in cerca di prima occupazione e di quanti sono licenziati, sopratutto in età avanzata.
Ad ingenerare ulteriori preoccupazioni sono state infine le candidature di Ichino e Calearo, che sebbene da versanti diversi sono entrambi favorevoli al superamento del sistema di tutele rappresentato dalla Statuto dei lavoratori. Che lo Statuto vada aggiornato rispetto alla struttura delle imprese odierne non c'è dubbio, altra cosa è invece lo snaturamento della legge 300 attraverso la riproposizione del superamento dell'articolo 18 e con il contestuale avvio di un nuovo modello di contrattazione che metta in soffitta il contratto collettivo nazionale di lavoro. Su questo terreno non ci può essere davvero alcun confronto, ma va anzi rilanciato con forza il tema dell'estensione dello Statuto dei Lavoratori anche alle piccole imprese, che in Italia rappresentano oltre il 90% della struttura produttiva italiana.
Il "riformismo" del PD in materia economica non ha dunque alcuna prospettiva di realizzare trasformazioni del sistema, né a livello produttivo, né sul fronte dei diritti. Esistono allo stato dell'arte soltanto labili "speranze" di un abbassamento della pressione fiscale sui redditi da lavoro e sulle pensioni medie e basse. Ma come sappiamo tutto è legato sul fronte fiscale alla tenuta del sistema economico complessivo e vista l'aria di recessione che spira dagli USA, non è attualmente credibile una diminuzione della pressione fiscale, in una fase quantomeno di stagnazione economica, tant'è che rispetto a Veltroni risulta più credibile Tremonti che afferma che la crisi internazionale del sistema globalizzato mette a rischio la politica del PDL, basata principalmente sul calo dell'imposizione fiscale.

L'alternativa della Sinistra Arcobaleno
Ecco dunque la necessità di una alternativa sia nell'economia che nelle politiche sociali e dei diritti. La Sinistra Arcobaleno ha lanciato il suo programma, che nelle linee fondamentali ritengo sia ben costruito. Certo nella fase elettorale non è possibile fare approfondimenti di merito, ma dobbiamo impegnarci sin da ora ad aprire subito dopo il 14 aprile una grande discussione sulla costruzione del programma politico strategico, ovvero, delle coordinate di politica economica che dovranno sostanziare l'iniziativa politica dei prossimi anni. Dobbiamo contestualmente aprire sul fronte politico la fase costituente della Sinistra Arcobaleno. In questo quadro ribadisco che dovrà essere affrontata la "questione socialista". Come detto nella parte introduttiva è oggi necessario riposizionare il socialismo su un fronte di elaborazione e proposta avanzato ed innovativo. la Sinistra Arcobaleno può essere davvero il laboratorio per creare le premesse di quella "rifondazione socialista" che superi la frammentazione esistente, riconducendo ad unità i diversi pezzi della sinistra, in un progetto politico innovativo che può ridare slancio all'idea socialista, sia in Italia che in Europa.

*Sindacalista Spi Cgil nazionale

Le Case della Sinistra Arcobaleno sono aperte


di Sergio Boccadutri

Oggi è un giorno importante, presentiamo le Case della Sinistra Arcobaleno. Vogliamo, anche così, concretamente, "tornare al classico", per rompere con facili, nuovi e vecchi nuovismi.
Vogliamo ripartire dalle case di tutta la sinistra, moderne in quanto a strumenti e capacità ma antiche in quanto a cuore, orgoglio e passione che ci mettiamo.
Oggi presentiamo anche quella nazionale. Si tratta della nuova sede della Sinistra l'Arcobaleno. Si trova in via Liguria al civico 7, in una posizione centrale, storica, nel cuore di Roma
E' grande, comoda, funzionale. Non sarebbe potuta nascere senza la passione di tanti compagni e compagne che ci hanno lavorato sodo, in queste settimane.

La presentiamo, naturalmente, con il nostro candidato premier, Fausto Bertinotti, insieme agli amici e alle amiche, ai compagni e alle compagne, che hanno già cominciato ad andarci dentro, a lavorarci, a prenderne possesso. E' quello che vogliamo che accada.

Sarà una casa aperta, una casa colorata dalle nostre idee e dalla nostra azione politica, una casa disponibile all'ascolto e alla condivisione di tutti e tutte, per tutte e tutti. Sarà una "casa" nevralgica, per il nostro lavoro, perché centro di raccolta di dati, informazioni, notizie e comunicazioni che ci arrivano e ci arriveranno dai territori, dalle province, dalle regioni, in questa - per noi difficilissima - campagna elettorale. E proprio dai territori, non solo da qui, dal "centro", abbiamo capito che l'esigenza di partecipazione e di comunità del nostro popolo, della nostra gente, sta salendo forte, si va facendo largo. I voti siamo abituati a conquistarceli uno ad uno, nessuno ce li ha mai regalati. A dispetto di una disinformazione palese e occulta, di una regia mediatica che appiattisce la competizione elettorale solo sui due principali grandi partiti in lizza.

Ed è dai territori, dai circoli e dalle federazioni del nostro partito, che inizia un lavoro comune. I nostri circoli e le nostre federazioni sono già sedi aperte, luoghi a disposizione del soggetto unitario e plurale della sinistra che vogliamo costruire. Dal Nord al Sud, veniamo a sapere e dell'apertura e della messa a disposizione di sedi che stanno già diventando le nostre locali "case della Sinistra Arcobaleno". Quella nazionale la presentiamo oggi. Anche con un tocco di classe, perché a noi di sinistra, pacifisti, ecologisti, piace anche il bello, oltre che la politica. Con una scultura che sarà installata nei prossimi giorni, dono di un artista importante e conosciuto, Mario Ceroli.

Raffigura, guarda caso, un arcobaleno. «Prendiamoci questo arcobaleno - ha detto Fausto Bertinotti all'iniziativa tenuta all'Ambra Jovinelli - mettiamoci dentro tutti i nostri simboli, le nostre storie, le persone e i loro diritti, facciamone il nostro orizzonte, il nostro rinascimento, il nostro futuro colorato contro il nero».

La vogliamo buttare "in poesia", questa campagna elettorale? Sì, anche. Ma insieme alla poesia conosciamo, bene, pure il duro e faticoso linguaggio della prosa, quello di chi deve far di conto, tutti i giorni, per farli quadrare, i bilanci. Le nostre quattro forze politiche vivono delle sottoscrizioni dei loro militanti, delle iniziative che svolgono, del sostegno dei propri parlamentari, e dei rimborsi elettorali che saranno proporzionali ai nostri voti. Non invece di gruppi e potentati economici che finanziano le attività di questo o quella "grande" forza politica per averne in cambio favori, leggi, tutela di più o meno puliti interessi, come invece esclusivamente vorrebbero gli onniprivatizzatori del Pd.

Come tesorieri delle forze della Sinistra Arcobaleno abbiamo costruito un budget che, ad oggi, è di oltre sette milioni di euro, per questa campagna elettorale, di cui oltre 1 milione e 300 saranno direttamente gestiti dalle strutture territoriali. Abbiamo stampato materiale, abbiamo rafforzato la struttura di comunicazione, abbiamo lanciato una - bella - campagna sui media e nelle città, per far conoscere il simbolo nei luoghi frequentati dal nostro popolo, a partire dalle stazioni, proprio dove ogni giorno centinaia di migliaia di giovani, studenti, lavoratori passano per raggiungere il proprio luogo di studio o lavoro. Il materiale in distribuzione sul territorio è tanto, mai stato così tanto, ma siamo stati coerenti con le nostre idee. Per ciascun volantino o manifesto non un albero è stato abbattuto, nelle piazze ci saremo con impianti e palchi alimentati da energia pulita, insomma i nostri strumenti di comunicazione sono ecologici al 100%.

Questa è la nostra forza, e sul territorio le amiche e le compagne, gli amici e i compagni hanno tutti gli strumenti per dare energia al nostro progetto. Basta volerlo, e allora avanti coi porta a porta, gli incontri e i comizi volanti per ricostruire una relazione col popolo della sinistra da troppo tempo smarrito, perché non può esserci dialettica, non può esserci politica in Italia senza una sinistra forte.
Insomma ci dobbiamo sforzare di fare conoscere e condividere le nostre idee e il nostro simbolo da tutti il più possibile. Abbiamo lavorato insieme, noi quattro tesorieri di Prc, Pdci, Verdi ed Sd, perché sappiamo bene che non bastano le rose, serve il pane, per fare una campagna elettorale. Per far vincere i nostri ideali. Anche nella sede centrale, nella nostra casa, lavoreremo insieme, fianco a fianco, in modo concreto, silenzioso, operoso. Come la militanza di migliaia di compagne e compagni ci insegnano ancora a fare.

La Casa della Sinistra Arcobaleno a Roma e quelle territoriali le abbiamo pensate come un laboratorio, un luogo fisico di condivisione, uno spazio pubblico partecipato di auto-organizzazione. Perché è lavorando insieme, condividendo anche lo stesso luogo, che la ricchezza delle nostre idee crea nuova ricchezza e non si disperde ma, anzi, si moltiplica.

Alle pareti della nostra sede ci sono già tanti cartelli che illustrano altrettanti articoli della Costituzione, una scultura che rappresenta l'arcobaleno, il nostro simbolo e le nostre speranze. Abbiamo tante cose da fare, ci serve l'aiuto e l'impegno di tutti. Venite a trovarci, rompete gli indugi.
*Tesoriere del Prc

martedì 18 marzo 2008

Francia: vince la sinistra, socialisti e comunisti

da www.solerosso.org

Fra i socialisti francesi e la Sinistra- Arcobaleno italiana ci sono molte diversità, di programma, di progetto di società.

La stessa “questione” del capitalismo oggi, del suo superamento e della trasformazione, la visione della globalizzazione, il rapporto con i movimenti. Certo cose non di poco conto. C’è però una parola che rimane in comune: sinistra. Francois Holland, segretario del Ps, quando il voto dei francesi per i ballottaggi nelle amministrative aveva ormai dei contorni ben definiti ha detto: “ la sinistra ha vinto”. E in questa “sinistra” non c’era solo il Ps. C’erano anche i comunisti che quasi ovunque hanno stretto alleanze con i socialisti. Comunisti il cui voto è stato “utile” si direbbe in Italia per far vincere la sinistra. Ecco, il senso delle elezioni francesi è tutto qui: così come in Spagna fanno sapere che in Europa la parole socialista, sinistra hanno ancora casa.In Italia sono state espulse dal linguaggio veltroniano. E’ stato lo stesso leader a dire, chiaro e forte, che il Pd non è di sinistra, ma di centrosinistra, che le elezioni si vincono al centro. Non solo. Non pochi esponenti del Pd si erano augurati che proprio a partire dalla Francia si mettesse in campo il progetto di alleanza con il centro rappresentato da Bayrou. Vedere per credere: proprio Bayrou cdhe si è presentato candidato sindaco a Pau, nei Pirenei, è stato sconfitto da un esponente socialista. A Parigi lo stesso sindaco uscente, Bertrand Delanoe, anche se alcuni esponenti dello stesso Ps avevano guardato ad una alleanza con il centrista Bayrrou, ha preferito l’alleanza a sinistra ed ha vinto con circa il 57,7%. E la sinistra vince non solo nelle città che già governava come Lione, Lilla, Digione, Nantes, Montpellier ma si aggiudica grandi centri urbani come Strasburgo e Tolosa. Per un soffio non ce la fa a Marsiglia. La sinistra conquista nuove città e raggiunge il 49,5% staccando di due punti il centrodestra di Sarkozy. Il vero sconfitto di queste elezioni. Certo si trattava di una consultazione amministrativa ma il suo significato politico è molto chiaro. “ Il voto dei francesi-dice Roberto Musacchio, capogruppo di Rifondazione-Sinistra europea al Parlamento europeo- dice che c’è già una crisi del modello Sarkozy su cui pure si erano concentrate tanter attenzioni anche da parte di esponenti del centrosinistra rappresentato dal Pd. Siamo in presenza di una ripresa del voto a sinistra cui contribuiscono significativamente anche i comunisti C’è una sconfitta drastica delle forze centriste che smentisce ipotesi politiche e alleanze che si fanno nel nostro paese.” A proposito del “ modello Sarkozy” che è sembrato piacere molto ai nostri mezzi di informazione, ma a quelli francesi molto meno, non si tratta solo delle sue esibizioni pubbliche, di una certa “ arroganza”, del senso di onnipotenza, del suo rapporto con la ricchezza, con chi ha i soldi. Certo anche questo ha nociuto ma, come ribadisce Musacchio, “ i francesi si sono espressi nopn solo sui problemi delle amministrazione delle città. Hanno dato un giudizio negativo sulle scelte compiute dal governo in questo periodo. Non è solo un problema di immagine” Basterà citare un dato: la sottosegretaria agli esteri è stata battuta nella banlieu parigina, i titolari di Cultura e Finanze nella capitale. E’ dunque una espressione di voto generalizzata che va bel al di là del significato amministrativo. “Dal voto di domenica- conclude Musacchio- una chiara indicazione. La crisi economica e sociale in Europa richiede risposte innovative, di sinistra. Per questo in Italia c’è bisogno di una forza come “ Sinistra-arcobaleno”, il vero voto utile”

lunedì 17 marzo 2008

sondaggio - da Affari italiani

La Sinistra Arcobaleno - stando ai sondaggi riservati in mano alla coalizione guidata da Fausto Bertinotti e che Affari ha potuto visionare - la Cosa Rossa si attesta nell'ultima rilevazione del 10 marzo all'8,5% rispetto all'8 di sette giorni prima. Ma soprattutto, in base ai dati territoriali, si nota come l'Arcobaleno possa, a meno di un mese dall'apertura delle urne, superare lo sbarramento a Palazzo Madama in molte regioni. Creando così non poche difficoltà praticamente a tutte le altre formazioni politiche nella Camera Alta. Stando ai numeri riservati che circolano nel quartier generale di Rifondazione Comunista, la sinistra radicale al momento può ottenere da 21 a 26 senatori. La forchetta è così ampia perché molto dipende dal risultato dell'Udc nelle singole regioni. Ma veniamo ai dati. In Piemonte Bertinotti è accreditato del 9%, due seggi sicuri a Palazzo Madama e il terzo scatterebbe se Casini non superasse lo sbarramento dell'8%. In Lombardia la Sinistra Arcobaleno vale l'8%, che corrisponde a 5 o 6 senatori (la variabile è sempre legata al risultato dell'Unione di Centro). In Liguria i sondaggi danno il 9,5%, ovvero un seggio. Dieci per cento tondo in Emilia Romagna, pari a tre senatori. Ottimo 12,5% in Toscana (il dato più alto) che corrisponde a tre eletti a Palazzo Madama.Un seggio dovrebbe arrivare anche dall'Umbria e uno dalle Marche, dove la Sinistra Arcobaleno vale rispettivamente l'11,5% e il 10. Buona anche la percentuale nel Lazio (9,5%), pari a 2 o 3 senatori. In Puglia la Cosa Rossa si attesta all'8,5%, in rialzo di quasi due punti in una settimana, pari a uno o due seggi a Palazzo Madama (la differenza è sempre legata alla performance di Casini). Un senatore anche in Basilicata, dove la percentuale è l'8,5%. Mentre in Sardegna, con lo stesso risultato che emerge dai sondaggi (8,5), si oscilla tra uno e due senatori. Ci sono poi le regioni dove l'Arcobaleno è sotto lo sbarramento. Ma ad esempio in Campania e in Calabria il 7,5% lascia aperta qualche speranza a Bertinotti. Molto difficile invece la sfida in Veneto, Friuli Venezia Giulia e Abruzzo (7%). Praticamente impossibile in Sicilia (6%). Il risultato a livello di senatori (tra 21 e 26) è comunque del tutto lusinghiero e nettamente più alto rispetto alle stime di 15 emerse negli ultimi giorni. Ma la complessità della legge elettorale per Palazzo Madama trasforma la Cosa Rossa in una sorta di incubo un po' per tutti. SA si dividerà ovviamente il premio di minoranza (45%) nelle regioni dove supererà la soglia dell'8. E questo comporta una diminuzione dei seggi per il Popolo della Libertà laddove appare scontata la vittoria di Veltroni. Ovvero in Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Marche. A subire invece l'effetto Bertinotti nel Nord (Veneto escluso) sarà il Partito Democratico. Restano poi le regioni in bilico, dal Lazio alla Puglia, dove chi perde tra i due principali poli dovrà spartirsi i seggi di minoranza con la Sinistra Arcobaleno, riducendo così il numero di eletti. Si tratta perciò di una variabile complessa e determinante al tempo stesso, che potrebbe incidere sui numeri a Palazzo Madama, favorendo o allontanando il rischio pareggio. C'è poi un'altra ripercussione, che non riguarda né Berlusconi né Veltroni. Il superamento della soglia dell'8% in molte zone da parte della Sinistra Arcobaleno riduce drasticamente il numero di senatori dell'Udc, in particolare al Sud. Di fatto, Casini è quello che più di tutti verrà penalizzato se i sondaggi interni a Rifondazione risulteranno veri. Sondaggi che a livello generale vedono lo schieramento Pdl-Lega al 45%, rispetto al precedente 44,5 (Popolo della Libertà 39,5 e Carroccio 5,5). La coalizione Pd-Idv è invece al 36,5%, in leggero calo dal 36,8 (Partito Democratico 33 e Italia dei Valori 3,5). L'Udc vale il 6,5% (era al 7), la Destra è stabile al 2% e gli altri raccolgono il 2,5. Questo è un buon segnale per la democrazia. Non hanno più la maggioranza assolkuta, quindi anche se provano ad inciuciare per riforme costituzionali e legge elettorale non possono più fare come gli pare.

Socialismo:perno per i valori del lavoro e della laicità -

da www.sinistra-democratica.it

Mi è gradito incontrare Carlo Vallauri,¬ professore di Storia contemporanea dal 1983 al 1997 presso l'Università per stranieri di Siena, ha insegnato altresì Storia dei partiti e Sociologia politica all'Università di Roma "La Sapienza" e Storia dei movimenti sindacali alla Luiss, ed è stato dirigente generale del Ministero del Bilancio e della Programmazione economica.
Ha pubblicato studi sulla politica liberale di Zanardelli, Giolitti e l'occupazione delle fabbriche, il corporativismo, gli statuti e l'organizzazione dei partiti - ricerca CNR in otto volumi -, il PSI e l'Internazionale socialista, la cooperazione agricola, la storia dei sindacati, la guerra in Abruzzo - sulla base dei documenti rinvenuti presso l'Archivio centrale dello Stato, i National Archives e il Record Office di Londra -, Roma contemporanea, i diritti umani e la pace nei manuali scolastici dei paesi sviluppati e dei paesi in via di sviluppo (Unesco), la disparità tra uomini e donne nei mass media (Consiglio d'Europa), il teatro italiano contemporaneo (World Encyclopedia of Contemporary Theatre).
Ha tenuto lezioni e conferenze in California, Canada, Francia, Spagna, Olanda, Polonia, Russia, Georgia, Algeria. Suoi testi sono stati tradotti negli Stati Uniti e nei paesi balcanici. Collaboratore e componente dei comitati scientifici di riviste e fondazioni culturali, presidente dell'Istituto laziale di studi storici, è stato direttore di Ridotto e condirettore della Rivista trimestrale di Scienza politica e dell'Amministrazione.
Carlo Vallauri sostiene e sostanzia la presenza della cultura socialista all’interno della Sinistra Arcobaleno.

Da attento osservatore di questioni internazionali ti chiedo come è maturato il successo dei socialisti nelle elezioni municipali e cantonali in Francia?

Il successo si spiega in primo luogo con il giudizio positivo degli elettori, come confermato dalla vittoria sin dal primo turno in numerose città quali Rouen, Digione e Lione, nonché col largo vantaggio conseguito a Parigi da Délanoe sì da far ritenere sicuro il ballottaggio con l’appoggio dei verdi, ai quali si è già rivolto, senza ricorrere ai centristi di Bayrou. Sulla base dell’esito di domenica scorsa, probabile è la vittoria definitiva a Strasburgo, forse anche a Tolosa, e non invece a Marsiglia, dove forte rimane la destra.


Ti sembra che un fattore rilevante sia stato tuttavia l’aumento delle astensioni?


Questo fenomeno si è registrato prevalentemente tra gli elettori di destra, un evidente segnale lanciato al governo, anche se parecchi tra i suoi ministri sono stati eletti nei rispettivi comuni. In ogni caso, appare fermata e anzi rovesciata l’ondata bleu che aveva portato Sarkozy all’Eliseo.

Quindi il successo socialista è maturato in dissenso alla linea del Presidente francese?

No, il Partito Socialista è stato premiato per la sua linea coerente, dopo tante divisioni negli anni scorsi. Tuttavia la situazione resta difficile ed incerta nelle prospettive per tutti i paesi europei.

A proposito di Europa, qual è a questo punto il ruolo delle forze di ispirazione socialista?

Congiunto all’esito delle elezioni in Spagna, lo schieramento socialista resta perno fondamentale per la difesa dei valori del lavoro e della laicità.

Non ritieni che occorra chiedersi come mai invece l’Italia sia in controtendenza?

Alla luce di quanto accade in Europa si imporrebbe anche nel nostro Paese la necessità di scelte precise sui maggiori problemi economici (mercato e regole), appesantiti a causa del debito pubblico, per la cui riduzione si dovrebbe intervenire non escludendo mutamenti di rotta, a cominciare dalle spese militari per accrescere quelle di tipo sociale.

Ma chi sarà in grado di fare questa politica?

Per quanto riguarda i partiti si ripropone l’esigenza della ricomposizione di una sinistra che, unitaria negli obiettivi e plurale nelle ispirazioni sappia affrontare con decisione i problemi impellenti, senza rinunce alle proprie linee di fondo che ne snaturerebbero il carattere a beneficio della destra.

sabato 15 marzo 2008

Lettera a Liberazione - pubblicata il 15-03-2008

Gentile Direttore,
innanzitutto ci complimentiamo per la nuova veste del giornale, davvero accattivante e funzionale. Se economicamente possibile, sarebbe una buona idea, magari per le due settimante antecedenti il 13 ed il 14 aprile, una vendita speciale a 50 centesimi. Questo farebbe ancora di più di Liberazione un importante strumento di battaglia politica.
A questa ci colleghiamo subito. La campagna elettorale è entrata nel vivo, i due "colossi" stanno dispiegando tutta la loro forza economica e di influenza sui media, la loro presenza è sempre più invasiva.
Tutti noi siamo impegnati quotidianamente a fronteggiare, come tanti Davide davanti ai due Golia, con banchetti, volantinaggi, iniziative sui territori, affissioni e via discorrendo. Se ci è poco possibile parlare ai precari, ai lavoratori, ai pensionati in televisione, lo facciamo nelle strade, nei mercati, davanti i luoghi di lavoro.
Ma c'è qualcosa che però non sta andando come dovrebbe. Proprio per quanto detto prima, ci chiediamo come mai, in un momento di grossa difficoltà come questo, si sceglie di fare una campagna elettorale di nicchia, autoescludente ? Proviamo a spiegare meglio. Fino ad adesso, leggendo Liberazione o vedendo cosa succede nei nostri territori, si notano esclusivamente iniziative - evidentemente quelle con i nostri dirigenti, candidati ecc. - in sala comunali, provinciali, universitarie, piccoli teatri. E' una scelta precisa quella di evitare le piazze, i comizi, l'incontro con fasce più ampie a magari meno " politicizzate " di gente ? Si vuole creare uno stacco tra i militanti con i banchetti nelle strade le iniziative al chiuso nei teatri ? E' una precisa scelta dovuta ad una strategia di marketing pubblicitario ? Crediamo che i compagni impegnati nella campagna elettorale debbano essere informati. Noi crediamo ad esempio, nella bontà del vecchio comizio, un modo per portare il nostro programma a tanta gente, non solo "addetta ai lavori". Ricordiamo quanto sono state efficaci, vive, emozionanti , le iniziative e i comizi nelle tante piazze con il compagno Vendola per scorse elezioni regionali. Vogliamo ritornare a sentire, come in passato, il compagno Bertinotti, non solo al chiuso di uno studio televisivo o all'interno di una sala, ma al centro di una grande piazza. Speriamo davvero in una risposta e in un cambio di impostazione.

Buon lavoro

Ass.ne Sinistra Socialista

giovedì 13 marzo 2008

Perché il vero «voto utile» è a sinistra di Matteo Bartocci

Più voti Veltroni più vince Berlusconi. Dati del 2006 alla mano è uno dei paradossi più clamorosi, per il senato, della legge elettorale «porcata» votata dal centrodestra. Uno studio pubblicato ieri sul Messaggero ha il merito di rovesciare tutti i luoghi comuni costruiti ad arte sul «voto utile». Soprattutto perché con un'operazione di verità ribalta l'analisi dal bipartitismo artificiale Veltroni-Berlusconi prendendo in considerazione tutte le forze principali in campo: Pd, Pdl, Sinistra arcobaleno e Udc.

Dal Messaggero studio a sopresa: in senato più il risultato è bipartitico più vince Silvio.
Com'è noto, alla camera con questa legge elettorale basta un solo voto in più rispetto a tutti gli altri partiti per accaparrarsi 340 deputati (il 54%). E visto che a Montecitorio Berlusconi è in testa in tutti i sondaggi, Pd, Sa e Udc si spartiranno i 270 deputati restanti. Chi parla di pareggio dunque deve necessariamente concentrarsi su palazzo Madama, che anche nella prossima legislatura sarà l'ago della bilancia.
Sul Messaggero di ieri Claudio Sardo traccia 4 scenari constatando che «il controllo della camera alta non dipende solo dallo scontro diretto Berlusconi e Veltroni» ma soprattutto dal risultato delle altre forze politiche. Per come è fatta la legge elettorale e per la serie storica di dati tra regioni «bianche» e «rosse» una maggioranza chiara (di destra) è infatti quasi impossibile.
Salvo in un caso: con i due partitoni che prendono tutto o con una sinistra perdente sotto l'8%. Prendiamo per semplicità la simulazione più «bipartitica» di tutte: prevede un testa a testa Pd-Pdl (39,4% contro il 42, 4%) e una sconfitta pesante sia per Bertinotti che per Casini (entrambi sotto il 6%). Ebbene, potrà sorprendere, ma proprio il risultato più netto è quello che garantisce la maggioranza assoluta del senato a Berlusconi: 164 seggi al Pdl contro i 138 del Pd e 2 ciascuno per Sa e Udc ( in Toscana e Sicilia). Questo perché sia nelle regioni «rosse» che in quelle «bianco-azzurre» proprio le terze forze Sa e Udc hanno l'effetto (riequilibrante) di togliere seggi al partitone perdente. Facendo le somme, in quasi tutte le regioni un successo della Sinistra toglie seggi a Berlusconi. Al Sud, viceversa, un risultato dell'Udc favorisce (di poco) Veltroni. Non a caso, la simulazione massima in cui la Sinistra raggiunge il 9,3% (21 senatori) è anche quella in cui Berlusconi prende meno seggi (154).
Dal punto di vista politico si possono trarre due conclusioni. La prima è che chiunque vinca in senato ci saranno comunque tre opposizioni (Sa, Udc e Pd) che non si possono sommare tra loro. Per esempio: sulle missioni estere Udc e Pd potrebbero votare con il Pdl ma la Sa no.
La seconda, altrettanto importante, è che parlare di sostanziale pareggio non vuol dire altro che preparare uno scenario in cui Pd e Pdl da soli controllano 311 seggi su 315 a palazzo Madama. Un numero forse insufficiente a dare un governo stabile ma che consente di fare riforme costituzionali senza neanche passare per il referendum confermativo. Una «grande coalizione» per le riforme del tutto inedita nella storia repubblicana.
Nel 2006 Prc, Pdci e Verdi hanno avuto più voti al senato che alla camera. Segno che una parte dell'elettorato ha voluto garantire la vittoria a Prodi con un voto «utile» sentendosi invece più libero a palazzo Madama. Stavolta si vuole far credere l'esatto contrario. Ma se così avvenisse l'unico effetto concreto sarebbe di consegnare il paese a Berlusconi. Se il 30% di elettori è ancora indeciso è ora che la Sinistra arcobaleno provi a spiegare, anche con i numeri, che l'unico voto utile contro Berlusconi è il suo.

lunedì 10 marzo 2008

dal sito dei giovani comunisti del prc

[10 Marzo 2008]

La vittoria del Psoe in Spagna e l’affermazione dei socialisti alle amministrative francesi irrompono nella campagna elettorale italiana. Per il segretario del Pd, Walter Veltroni, la vittoria di Zapatero e la sconfitta di Sarkozy «dicono che sta spirando un vento nuovo in Europa e in occidente» e «suggeriscono di essere realisti e innovatori, di avere quella sana radicalità del riformismo che è necessaria». Per Veltroni, «le sinistre radicali hanno subito un peggioramento serio» che testimonia che «oggi la sfida non è di testimonianza ma è di realismo e innovazione». Ma Fausto Bertinotti non vede spirare da Madrid e Parigi il vento di un «pesante peggioramento della sinistra radicale» avvertito da Veltroni. «Le destre perdono in Spagna e in Francia–dice Bertinotti–ma sull’Europa mi fermerei un momento, perché si è visto che dove le socialdemocrazie perdono e la sinistra avanza». Il problema riguarda l’Italia, aggiunge Bertinotti, dove «di formazioni socialiste non ce ne sono». Il segretario del Prc, Franco Giordano, ammette che «le difficoltà della sinistra di alternativa in Spagna e in Francia preoccupano. Sono la conseguenza di un deficit di innovazione e di capacità unitaria. E’ dunque tanto più necessario investire sulla costruzione di un soggetto unitario e plurale innovativo e capace di coniugare la difesa delle condizioni materiali di vita con un progetto alternativo di società».

Intervista a Fausto Bertinotti - da Liberazione 26 febbraio 2008

Bertinotti, cosa sta succedendo nella politica italiana? Che giudizio dai sulla battaglia che ha squassato il paese in questi giorni? Come ti sembra la soluzione trovata alla crisi? Cosa pensi dell’atteggiamento....
Bertinotti non mi fa finire la domanda, mi interrompe e mi spiega che è molto contento di fare una intervista con “Liberazione”, e che gli va di parlare di politica, e del futuro della sinistra, e dei movimenti, e delle idee che servono per combattere le grandi battaglie di questi anni; però non ha intenzione di entrare nel merito delle discussioni sugli equilibri parlamentari e sulle scelte istituzionali e di governo. Non sarebbe corretto se il Presidente della Camera, in un momento politico così delicato, entrasse nella battaglia parlamentare con un’intervista al giornale del suo partito.
D’accordo. Non provo nemmeno tanto ad insistere. Cambio domanda.


Bertinotti, la sinistra radicale in questa fase è costretta a passare dall’utopia alla realpolitik. Non rischia in qualche modo di cambiare natura, di cambiare pelle?

«L’utopia, nella nostra storia, noi l’abbiamo sempre affrontata criticamente. Né rifiutata né esaltata. L’utopia è una categoria che in alcune fasi della storia del movimento operaio è stata decisiva. E’ molto forte nella fase primordiale, poi in qualche modo viene messa in discussione dal socialismo scientifico, da Marx. E addirittura è spazzata via nel periodo successivo, quando prevale una idea “deterministica”, e si pensa che il passaggio dal capitalismo al socialismo sia quasi un automatismo, un fatto storico inevitabile e naturale, come era stato il passaggio dal feudalesimo al capitalismo. Si sostiene che lo sbocco socialista è inscritto nel naturale sviluppo delle forze produttive. Quando è che avviene la riscoperta dell’Utopia? Tutte le volte che ci si rende conto della “dura replica della storia”. Soprattutto alla fine del secolo appena concluso, quando la storia replica alle illusioni del ’900, agli sbagli concreti, agli orrori concreti, e allora l’Utopia diventa una occasione, una chance per ricostruire, per non chiudere il discorso, per tenere aperta una prospettiva...»


Cesare Luporini nell’89 parlava di socialismo come orizzonte da tenere fermo...

«Esatto, in quella fase l’utopia ha un ruolo molto importante. Però io penso che il movimento operaio abbia sempre avuto questo rapporto con l’Utopia: l’ha concepita come una possibilità per scrutare l’orizzonte, come uno strumento di politica e di ricerca, ma mai come scopo, come contenuto esclusivo della politica. Poi arriva la globalizzazione e la critica della globalizzazione e l’Utopia, credo io, cambia ancora natura, si rigenera, diventa concreta».


In che modo diventa concreta?

«Si trasforma nella critica del capitalismo. Qual è lo slogan più famoso del movimento altermondialista»?


Un altro mondo è possibile...

«Appunto. Esamina le tre parole. La prima (“un altro”) rappresenta il cambiamento, l’alter-nativa, il rovesciamento di alcuni punti fermi della società: con il nostro vecchio linguaggio potremmo dire la “fuoriuscita dal capitalismo”. La seconda parola (“mondo”) afferma il carattere globale, mondiale della politica. E la terza parola è la definizione della concretezza: “possibile”. Siamo nel reale, nel realistico, siamo fuori dal sogno».


Non c’è un contrasto, difficile da comporre, tra questa linea utopica-concreta della sinistra e le esperienze di governo, cioè la realpolitik?

Bertinotti ci pensa un po’. Raccoglie i pensieri e cerca le parole giuste.

«Vedi - mi dice - io non sottovaluto affatto l’esperienza di governo. Quella che è in corso in Italia e in altri paesi occidentali. Però credo che non possiamo “appendere” la politica a questo. Cioè appendere l’“utopia concreta”, della quale stavamo parlando, alla conquista del governo. La partecipazione al governo è una esperienza molto importante per la sinistra: ma se diventa la bussola, se diventa l’essenziale, se diventa il prisma di rifrazione attraverso il quale si guarda la realtà, la si definisce e si fissano le proprie analisi, allora non si capisce più niente, si perde l’orientamento».

Ti faccio un’obiezione. La grande opinione pubblica, mi sembra, è uscita dal novecento con due convinzioni, forti e in contrasto tra loro. La prima è che i governi facciano schifo. La seconda è che l’unica cosa che conta, in politica, è il governo, e che la politica si conclude nella gara per chi lo conquista. Non è così? E se è così non è sbagliato sottovalutare il valore dell’essere al governo?

«Penso che sia vero quello che dici, ma è solo la constatazione dello stato delle cose. Poi bisogna capire perché questo avviene. L’enorme importanza che assumono i governi rispetto all’opinione pubblica è data dalla debolezza della politica. L’Europa vive oggi una crisi della politica. E dentro questa crisi c’è una crisi della politica della sinistra. E questa crisi della sinistra è parte di una crisi più grande ancora che è la crisi della democrazia. L’indebolimento dei grandi soggetti della politica di massa - i partiti, i sindacati, cioè le grandi coalizioni sociali, politiche, di idee, di comunità - ha lasciato sulla scena pubblica, quasi desertificata, due soli protagonisti: l’opinione pubblica e il governo. Soli, l’una di fronte all’altro. Senza mediazioni, senza cerniere, senza organismi collettivi in grado di produrre politica e di trasformare in politica le domande e i conflitti. Il governo a questo punto non assume più la sua importanza in quanto “produttore di opere” - e non si giudica più per le opere che compie - ma ingigantisce la propria immagine e il proprio peso per deficit degli altri soggetti della politica. Li surroga, perché è rimasto solo di fronte al popolo. Se noi accettiamo questo stato di cose accettiamo la vittoria dell’antipolitica».


Perché centralità dei governi vuol dire antipolitica?

«Perché l’antipolitica - in assenza della politica - diventa il meccanismo di relazione tra opinione pubblica e governo. Sostituisce l’esplicazione del conflitto. Ne vuoi la riprova quasi aritmetica? In Europa, in tutte le competizioni elettorali degli ultimi anni, i governi in carica hanno perso (c’è la sola eccezione di Blair, che comunque ha ricevuto un notevole ridimensionamento elettorale). Ti ricordi Aznar prima delle elezioni? Sembrava imbattibile, un semidio, era diventato il simbolo del governante moderno e vincente. E’ andato alle elezioni e ha perso. Ti ricordi Schroeder? Era una potenza assoluta, governava con poteri enormi, quando ebbe l’impressione che Oskar La Fontaine potesse disturbare la sua azione, cacciò La Fontaine dal governo. Poi è andato al voto e ha perso. E così Jospin, e così Berlusconi e così tutti gli altri. Perché? In assenza di organismi politici cresce la delega e l’antipolitica. Sono due facce di uno stesso equilibrio precario. Fatto di tre passaggi già prefissati: delega, rassegnazione e poi stroncatura. E’ un equilibrio molto rischioso, perché risucchia la democrazia, la mette in mora. E l’antipolitica ormai inizia a filtrare nella politica, a permearla, a conquistarla».


Per esempio nel berlusconismo.

«Certo, è un esempio evidente. Ma io vedo l’antipolitica farsi largo anche nel centrosinistra. Per essere diplomatici non parliamo dell’Italia. Guardiamo alla Francia: nella campagna elettorale di Ségolène Royal c’è molta antipolitica, c’è un populismo dolce. Ségolène Royal ha preso le domande dell’antipolitica, le critiche dell’antipolitica e le ha fatte sue. Capisci? L’antipolitica avanza, anche perché contiene alcuni elementi di critica alla politica che sono assolutamente fondati, moderni, e sono in ragione della crisi della politica. Questa condizione genera crisi progressiva della democrazia».


Qual è il motivo di questo dilagare dell’antipolitica?

«Io credo che questa società, che è una società ingiusta, generi conflitto. Questo mi sembra un fatto assodato, innegabile. Più esattamente, genera conflitti (al plurale). Conflitti di lavoro, comunitari, di genere, professionali, corporativi, identitarii...Questi conflitti non producono vittorie o sconfitte a secondo di chi governa. C’è una autonomia tra conflitti e governi. Un movimento vince o perde non in virtù delle condizioni di governo nelle quali agisce. Quello che non accade è che questi movimenti possano sedimentare delle conquiste. Il problema, cioè, è che questi movimenti, quando vincono, non “conquistano” ma semplicemente “impediscono”. E quindi non riescono, attraverso le loro vittorie, a costruire democrazia. Agiscono dentro la crisi della democrazia, suppliscono alla crisi della democrazia attraverso le loro lotte, ma non producono gli anticorpi alla crisi della democrazia. Cioè non riescono ad avere i risultati politici del ciclo precedente. I movimenti del secolo scorso conquistavano “casematte” e producevano spostamenti stabili dell’opinione pubblica. Questi movimenti che abbiamo oggi in campo talvolta sono anche molto forti, sconfiggono nemici potentissimi, ma non costruiscono senso comune e consenso di massa. Ora capisci che qui conta il vuoto della politica, l’assenza di soggetti in grado di essere collettori di queste domande e di queste spinte, e anche di queste conquiste “ad impedire”».


L’assenza, direi, non è assoluta: c’è la sinistra radicale, c’è Rifondazione...

«Svolgono un ruolo importantissimo. Ottengono anche molti successi. Qui però dobbiamo parlare della “massa critica” cioè della possibilità di creare tendenza. Non esiste ancora, nella sinistra radicale, un soggetto in grado di misurarsi su questa dimensione, di raggiungere la massa critica. Questo provoca un altro tipo di conseguenze che provo a spiegare: succede che in Europa i conflitti tradizionali si scindano, si dividono in due e cambino natura. Noi oggi assistiamo a due gruppi di conflitti. Un gruppo che riguarda le differenze tra destra e sinistra, e che è molto visibile, molto acceso quando le sinistre sono all’opposizione. E l’altro gruppo che riguarda il contrasto tra “alto” e “basso” della società, cioè tra ceto dirigente e base, e questo secondo tipo di conflitto è assai più forte quando la sinistra è al governo. Questi due conflitti si incrociano. La contesa tra alto e basso diventa il veicolo dell’antipolitica».


Perché con la sinistra al governo prevale il conflitto alto-basso

«Perché i governi di sinistra spesso non riescono a giovarsi della forza e della spinta dei movimenti. Questo attenua il conflitto destra-sinistra, lo esclude dal palazzo, e dunque lascia spazio all’altro tipo di conflitto».

Quale è la strada per uscire da questo vuoto?

«Non c’è nessun’altra possibilità che la ricostruzione di soggetti politici organizzati. Ma perché questo avvenga occorre ricostruire una cultura politica e una cultura politica di sinistra».


Scusa, ma non vedo la possibilità di ricostruire soggetti politici e cultura di sinistra se non avviene che pezzi diversi, e uomini diversi, e settori diversi della politica di sinistra ricomincino a pensare, a parlarsi tra loro e a confrontarsi e a produrre pensiero comune... Non credo che esista una singola forza della sinistra in grado di risolvere il problema che poni tu.

«Penso così anch’io. Io credo che ci sia una via d’uscita a questa crisi solo se si uniscono forze e si mette al primo punto il problema della cultura politica e del che fare. Bisogna sganciarsi da quello che è stato fatto prevalentemente sin qui. Cioè l’ingegneria organizzativa dei partiti, che viene dopo l’ingegneria istituzionale eccetera. E’ stato sempre così in questi anni. La politica che riesce solo a pensare a come disegnare e assestare se stessa: quale legge elettorale, quale geografia dei partiti, quali meccanismi di divisione del potere... Resta fuori il rapporto con i popoli, con i movimenti, e il problema di quale cultura serve per affrontare un progetto politico e sociale di società. Mi piacerebbe se i vari pezzi della sinistra riuscissero a concentrarsi su questo, a produrre idee su questi problemi invece di perdere tempo a progettare nuovi schemi, nuove architetture di partiti...»


Se capisco, tu dici: chiudiamo il tormentone sulle nuove aggregazioni o disgregazione dei partiti, e concentriamoci sui rapporti tra politica e società. Cioè, invece di costruire partiti nuovi costruiamo politica nuova...


«Si, proprio così. Sospendiamo la discussione su come organizzarci e iniziamo quella su cosa fare. E proviamo a ragionare sul tema della cultura politica e della crisi del rapporto tra politica e società, anche attraversando i partiti tradizionali, senza porci il problema di come li attraversiamo, ma di cosa riusciamo a unire e quali idee e soluzioni possiamo produrre».

Dentro questo ragionamento c’è una nuova unità della sinistra?

«Si, penso di sì. Per affrontare la crisi della politica bisogna affrontare la questione di come raggiungere la “massa critica”. Se non lo affronti, questo tema, se lo rinvii a chissà quando, potrai seminare in eterno e benissimo, ma non riuscirai mai a raccogliere. Questa massa critica deve essere trasversale. Deve costringerci a fare politica attraverso».

Scusa, ma non capisco benissimo. Mi fai un esempio.

«Prendiamo la politica estera italiana. E’ stata realizzata dal governo e prima ancora nella stesura del programma. E’ una politica estera che ha un senso e che dà un contributo all’Europa. Benissimo. Ma io mi chiedo: perché le sinistre possono solo concorrere alla politica estera del governo, e non hanno loro - loro in quanto sinistre - una idea comune di politica estera, di relazioni internazionali, di pace? E quindi una Cultura politica, una idea del mondo, e poi una idea dell’Europa, eccetera eccetera. Questo stesso ragionamento vale anche sul conflitto sociale, o sull’ambiente, o sul conflitto di genere, o sui diritti del lavoro...»

In questo quadro come si affronta il rapporto tra la sinistra radicale e quella riformista. Sono categorie ancora valide?

«Sul piano degli schieramenti politici sono categorie ancora reali. Se le manteniamo queste due definizioni, allora, in termini tradizionali, si dovrebbe dire: si devono incontrare queste due sinistre e devono confrontarsi. Se però ci misuriamo sul piano delle culture politiche, e non degli schieramenti, le cose diventano un po’ diverse. Vediamo. Le sinistre radicali, su questo piano, hanno diversi profili. Io credo che ormai tenda ad essere prevalente il profilo di quella sinistra radicale che si è rifondata in rapporto ai movimenti di questo secolo. Le culture ortodosse della sinistra, che si configurano ancora in contrapposizione alla socialdemocrazia, sono meno significative. La sinistra radicale vincente è quella che incontra il femminismo, l’ecologismo eccetera. Nell’altro campo cosa succede: i riformisti hanno una grande forza quantitativa, che però è segnata da uno smarrimento della cultura politica. I partiti socialisti europei fanno riferimento, in buona parte, a quella cultura che Riccardo Bellofiore chiama il liberal-sociale. Che vuol dire? Che pensano che i correttivi per ridurre il disagio sociale e aumentare i diritti devono avvenire senza mettere in discussione il paradigma della competitività. Anche se - vedi Francia, vedi Fabius - resta vivo un pezzo di socialdemocrazia fortemente di sinistra. La tendenza però è quella liberal-sociale. Per potere fare fecondamente un laboratorio politico delle sinistre, questa tendenza liberal-sociale andrebbe in qualche modo ridimensionata. Non per una ragione ideologica ma perché la profondità della crisi sociale - ma anche della crisi politica - dice che tu oggi devi indicare una idea di modello - sociale,economico, democratico - è di questo che ha bisogno l’Europa. Non un aggiustamento: una costruzione. Però io non penso a una discussione con steccati ideologici preventivi. Le discriminanti non vengono dalle “identità” dei partecipanti alla discussione, ma dai temi della discussione. Se si stabilisce che si affrontano i temi della politica - del modello, del progetto di società - e non della amministrazione, si esclude chi concepisce la politica come un semplice atto amministrativo, che è la chiave del liberal-sociale. Oggi la sinistra è fotografabile in questo modo: le sinistre riformiste prevalgono sul piano delle organizzazioni, le culture radicali prevalgono sul piano delle culture politiche».


Perché la sinistra radicale ha questa forza e questa debolezza?

«Perché non è in grado di avanzare una proposta che tocchi il problema della massa critica. Per questo l’elettore, spesso, dice: “hai ragione tu ma scelgo lui”. Si presenta il problema dell’efficacia della politica. E’ un problema capitale per il movimento e per chi ha dei bisogni. Io sono costretto a dire che tu sei bravo ma non riesci a risolvere il mio problema, anche se hai delle ottime idee per risolverlo. E allora scelgo quell’altro che magari risponde malissimo al mio bisogno, ma io penso sempre che però se volesse rispondere bene, potrebbe... Se la sinistra radicale non è in grado di risolvere il problema dell’efficacia, e quindi il problema dell’unità, allora le forze riformiste avranno sempre un vantaggio, perché partono con un vantaggio di consensi e quindi hanno dalla loro, come apparentemente già risolto, il problema dell’unità».


Bertinotti, nella battaglia politica di questa fase è chiaro che c’è un problema: l’intervento massiccio e potente dei poteri forti, che alterano i rapporti di forza nello scontro politico. Cosa bisogna fare?

«Bisogna analizzare i poteri forti. Analizzarli scientificamente nella loro forza. Evitare di pensare che quei poteri siano “complotti”. Siano congiure da sventare. Non è così: sono forze. Che contano sulla cultura. Io non lo vedo il rappresentante del potere forte che alza il telefono e ordina. No, ha arato il terreno della politica e a un certo punto raccoglie i frutti, gli effetti. Bisogna allora capire dove sta la loro forza. Non è solo che hanno il potere. Hanno il potere e tendono a costruire processi egemonici. Sono costruttori di opinione pubblica, lavorano sul consenso. Il problema è quello di individuare il loro punto di forza e contrapporsi in campo aperto. Mi vien da dire: “rispettosamente”. Nel senso che riconosco il fondamento della loro posizione, e io penso di sconfiggerli perché so proporre un punto di vista più alto, più forte e più capace di aggregare consenso: un punto di vista tendenzialmente capace di proporsi come universale. Vinco solo su quel terreno lì. Solo se supero. Non se piango, protesto, invoco strane regole. A volte mi sembra che noi facciamo come faceva l’eroico Tecoppa: pretendeva che gli avversari spadaccini restassero immobili in attesa che lui li infilzasse...»

(Liberazione - 26 febbraio 2007)

sabato 8 marzo 2008

Intervista ad Alfonso Gianni

di Stefano Bocconetti da Liberazione 4 maggio 2007
Se ieri era chiaro, oggi è chiarissimo. All’ultima conferenza di organizzazione di Rifondazione, a Carrara, un mese fa, Alfonso Gianni, sottosegretario all’Economia, fu uno dei pochi - anzi il solo - a parlare delle necessità di un qualcosa di nuovo che unisca la sinistra.
Le sue parole furono accolte con un po’ di sospetto dai delegati. Ora, poche settimane dopo quell’appuntamento, tutto sembra dargli ragione.Sei ancora più convinto di quella proposta?
Direi proprio di sì. Tutto è andato in quella direzione. Quella che era intuibile è diventata una scelta precisa da parte dei dirigenti dei diesse mentre una parte di quel partito ha messo nero su bianco la propria indisponibilità ad entrare in una formazione moderata. In più, fra gli elementi che servono a disegnare il quadro, ci metto anche il congresso del Pdci. E in particolare quel gesto simbolico, l’accoglienza calorosa riservata a Bertinotti. Senza contare che domani si riunisce la ex sinistra diesse, per dar vita a propri gruppi parlamentari. E sono già in campo proposte di coordinamento dei gruppi.Tutto questo cosa disegna?Tutto questo spinge - e spinge forte - verso la creazione di una forza unitaria della sinistra. Capace di occupare i propri spazi nel sociale, nei movimenti, certo. Ma anche nelle istituzioni, nella politica.
Tu parli di nuova ”forza”. Altri usano sostantivi diversi, come ”soggetto”, aggregazione e così via. Sei sicuro che intendete la stessa cosa?
Mi chiedi di essere più chiaro? Ecco: penso ad un soggetto dotato di forza.
Tradotto?
Io non ho alcuna nostalgia delle vecchie forme partito, si sa. Che vanno ripensate, ricostruite, riformulate. Penso, però, ad un soggetto che si muova, che cresca anche - e sottolineo anche - nell’ambito della politica. Non solo nel sociale. Voglio un soggetto dotato di forza, capace di produrre egemonia sul complesso della società. Voglio un soggetto dotato di forza programmatica e dotato di un chiaro progetto politico. Sarebbe assurdo il contrario, visto che al piddì abbiamo rimproverato esattamente di nascere indefinito e generico.
Sarà sicuramente nuovo ma tu stai descrivendo un vero e proprio partito. E’ esatto?
Mettila come vuoi. Io voglio una forza della sinistra che metta assieme un forte radicamento sociale, che sia interlocutrice dei movimenti, radicata nei territori, che sia visibile nelle strade, nelle periferie, laddove si lavora. Ma che sia capace di far politica anche nelle istituzioni, nel Parlamento. Che abbia una dimensione europea. Che sia riconoscibile dagli elettori. Che faccia ”massa critica”, insomma.