
di Graziella Mascia - da Liberazione del 30-03-2008
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«Andrò a votare la Sinistra arcobaleno solo perché una voce di sinistra sopravviva», scrive Alessandro Dal Lago», «...Perché mai dovrebbero costoro essere convinti a votare a sinistra da retoriche di tipo ecologista, da quell'appello alla mobilitazione generale per salvare la Sinistra (e naturalmente la Politica) che ricorda l'appello a votare il panda?», si chiede Sandro Mezzadra.Perché é così difficile questa campagna elettorale? Perché, fra attese e speranze, puoi trovare facilmente quello che ti dice: "Alla fine ti voterò, ma sono deluso?"Non c'entra il voto utile, il pareggio. Alla fine il timore di un paese all'americana, con due soli partiti sempre più simili, può superare lo scetticismo e premiare una Sinistra che vuole tenere aperto uno spazio pubblico. Ma non basta. Quello che ci si chiede è un impegno di rinnovamento profondo che va oltre, è un progetto che guarda al dopo.Chi non ha ancora sentito, in questa esperienza di campagna elettorale, sciogliersi le diffidenze, solo dopo aver nominato il soggetto politico del dopo?Per questo, forse è arrivato il tempo di guardare in faccia i problemi, di iniziare la ricerca per il dopo.C'è una distanza che ci separa dagli operai, che considerano la politica "altro", dai loro vissuti quotidiani, fatti di salti mortali per arrivare a fine mese, di ricatti del padrone che cancella diritti e norme di sicurezza, e circondato da un progressivo disconoscimento sociale che li ha costretti a un'identità collettiva separata.
Come c'è la difficoltà di generazioni più giovani a sentirsi parte di esperienze politiche, che portano il segno della fabbrica fordista e delle lotte degli anni 70, mentre loro sono nati sotto sotto il segno della precarietà e della dipendenza economica dai genitori.Ma, quando, non le critiche, ma la distanza da noi coinvolge intellettuali di prim'ordine, che certo non fanno fatica a copmrendere le difficoltà oggettive nel rapporto con i poteri forti, e , semmai, hanno da insegnarci sui nuovi fenomeni mondiali, il discorso è diverso. Vuol dire che qualcosa si è rotto.La questione non è il fatto di essere andati al governo, nè tantomeno il " quanto " abbiamo portato a casa. Il punto è " come " abbiamo affrontato questa esperienza, il come noi stessi siamo sembrati " parte " di quelle istituzioni o di quel governo, nonostante le battagle parlamentari condotte o le manifestazioni organizzate. Nessuno, mi pare, dubita del nostro programma, e la domanda va oltre il rapporto con le istituzioni o il governo. Riguarda il nostro agire poltico, la mancata condivisione, di un percorso, e , soprattutto, la non corrispondenza tra dire e il fare." Voi 8, noi 6.000.000.000 " - diceva lo slogan contro il G8 che ha fatto vincere il movimento, nell'immaginario di milioni di giovani da Seattle a Genova.In quelle parole c'era tutto: al denuncia di vecchie e nuove ingiustizie, ricerca e proposte alternative discusse in migliaia di incontri, storie locali e lotte collettive. Ma soprattutto c'era una critica al potere, agli assetti consolidati, ai luoghi di decisione a-democratici, a ogni forma di autoritarismo.E c'era un'allusione a nuove pratiche politiche , a nuove esperienze di rappresentanza e di democrazia diretta. Ecco, qui sta il punt, la delusione, la distanza. La critica non perchè non siamo ancora riusciti a cambiare il mondo, ma è perchè non siamo riusciti a cambiare noi stessi. A un processo di innovazione nella cultura politica non ha corrisposto nessuna innovazione organizzativa. Abbiamo pensato di poter cambiare tutte le idee senza cambiare gli strumenti per realizzarle. E così la nostra elaborazione sulla non violenza e sulla critica al potere si è persa. E così la critica femminista, al simbolico della cultura maschile, non ha cambiato di segno la pratica di relazione politica, il rapporto quotidiano nello stare insieme, la valutazione del fare nella selezione dei gruppi dirigenti, la logica di costruzione delle liste. Riusciamo a portare più donne nelle istituzioni e nei luoghi di direzione, e non è poco, ma questo ancora non ha rotto le dinamiche classiche, di competizione conformiste e allo stesso tempo aggressive, che la sinistra storicamente riproduce. Non è solo un problema di partiti. Sono questioni che riguardano tutti i soggetti che hanno fatto il movimento. Ma noi abbiamo una responsabilità in più, che ci deriva dalla delega istituzionale che chiediamo.Penso che dobbiamo ricominciare da qui, da un lavoro di cura, della ri-costruzione di una pratica di relazione, di apertura e di inclusione non parolaia, dalla condivisione collettiva di una ricerca progettuale. In luoghi di agio e di scambio di saperi.E' tempo di ricominciare, di ricominciare proprio tutto, di riprovarci. E soprattutto in nome della Sinistra del dopo 14 aprile possiamo chiedere oggi un voto.
Come c'è la difficoltà di generazioni più giovani a sentirsi parte di esperienze politiche, che portano il segno della fabbrica fordista e delle lotte degli anni 70, mentre loro sono nati sotto sotto il segno della precarietà e della dipendenza economica dai genitori.Ma, quando, non le critiche, ma la distanza da noi coinvolge intellettuali di prim'ordine, che certo non fanno fatica a copmrendere le difficoltà oggettive nel rapporto con i poteri forti, e , semmai, hanno da insegnarci sui nuovi fenomeni mondiali, il discorso è diverso. Vuol dire che qualcosa si è rotto.La questione non è il fatto di essere andati al governo, nè tantomeno il " quanto " abbiamo portato a casa. Il punto è " come " abbiamo affrontato questa esperienza, il come noi stessi siamo sembrati " parte " di quelle istituzioni o di quel governo, nonostante le battagle parlamentari condotte o le manifestazioni organizzate. Nessuno, mi pare, dubita del nostro programma, e la domanda va oltre il rapporto con le istituzioni o il governo. Riguarda il nostro agire poltico, la mancata condivisione, di un percorso, e , soprattutto, la non corrispondenza tra dire e il fare." Voi 8, noi 6.000.000.000 " - diceva lo slogan contro il G8 che ha fatto vincere il movimento, nell'immaginario di milioni di giovani da Seattle a Genova.In quelle parole c'era tutto: al denuncia di vecchie e nuove ingiustizie, ricerca e proposte alternative discusse in migliaia di incontri, storie locali e lotte collettive. Ma soprattutto c'era una critica al potere, agli assetti consolidati, ai luoghi di decisione a-democratici, a ogni forma di autoritarismo.E c'era un'allusione a nuove pratiche politiche , a nuove esperienze di rappresentanza e di democrazia diretta. Ecco, qui sta il punt, la delusione, la distanza. La critica non perchè non siamo ancora riusciti a cambiare il mondo, ma è perchè non siamo riusciti a cambiare noi stessi. A un processo di innovazione nella cultura politica non ha corrisposto nessuna innovazione organizzativa. Abbiamo pensato di poter cambiare tutte le idee senza cambiare gli strumenti per realizzarle. E così la nostra elaborazione sulla non violenza e sulla critica al potere si è persa. E così la critica femminista, al simbolico della cultura maschile, non ha cambiato di segno la pratica di relazione politica, il rapporto quotidiano nello stare insieme, la valutazione del fare nella selezione dei gruppi dirigenti, la logica di costruzione delle liste. Riusciamo a portare più donne nelle istituzioni e nei luoghi di direzione, e non è poco, ma questo ancora non ha rotto le dinamiche classiche, di competizione conformiste e allo stesso tempo aggressive, che la sinistra storicamente riproduce. Non è solo un problema di partiti. Sono questioni che riguardano tutti i soggetti che hanno fatto il movimento. Ma noi abbiamo una responsabilità in più, che ci deriva dalla delega istituzionale che chiediamo.Penso che dobbiamo ricominciare da qui, da un lavoro di cura, della ri-costruzione di una pratica di relazione, di apertura e di inclusione non parolaia, dalla condivisione collettiva di una ricerca progettuale. In luoghi di agio e di scambio di saperi.E' tempo di ricominciare, di ricominciare proprio tutto, di riprovarci. E soprattutto in nome della Sinistra del dopo 14 aprile possiamo chiedere oggi un voto.
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Abbiamo pubblicato questo articolo scritto da un importante esponente del Prc, pubblicato oggi su Liberazione. Non ne condividiamo in parte i contenuti e seppur brevemente, ne esplicitiamo i motivi.
Lo spunto è stato l'interessante articolo del professor Dal Lago di qualche giorno fa ( e che è possibile leggere anche su questo sito ).
Innanzitutto, non condividiamo la liquidazione della teoria del “ voto utile “ come elemento di difficoltà della SA. Chiunque è impegnato nei territori, nel proprio ambito di lavoro per questa campagna elettorale sa benissimo che questo elemento pesa molto tra i lavoratori, tra i giovani, tra i pensionati, specie tra quelli meno “ politicizzati “ e tra quelli giustamente “ antiberlusconiani “ doc. L’attacco pesantissimo subito nei cinque anni del governo Berlusconi ha fatto si che la sola idea di un suo ritorno al governo faccia fare quadrato intorno all’unico partito percepito come una possibilità concreta ad ostacolare la vittoria del centro destra. Gli appelli, l’agitare lo spauracchio delle grandi intese, dei programmi simili ( elementi più che reali ) potranno fare presa tra i militanti, tra i maggiormente politicizzati, ma convincere fasce larghe di persone è un compito molto arduo, anche se non inutile.
E’ vero in parte poi, che la speranza di un “ dopo “ per il soggetto unico sciolga alcune riserve, la voglia diffusa – come anche l’esigenza – di unità delle sinistre è da considerare, ma non crediamo sia ora questo elemento a fare la differenza, a spostare i grandi numeri. E’ un ragionamento ancora troppo interno alla politica e a chi la fa più o meno per “ mestiere “.
Terzo punto. E’ palese che la distanza, lo scollamento tra gli operai, tra i ceti più deboli e la Sinistra : è un dato di fatto. Ma lo si voglia o no, la questione del governo, dell’ormai scorso governo, è centrale. Perché nel 2006, le aspettative legittime dei ceti popolari sono state tradite. Ai lavoratori, poco interessa il “ come abbiamo affrontato questa esperienza “ : si era accettato un programma ( una mediazione in linea di massima al ribasso ) che comunque non è stato attuato. Ad un giovane precario, ad un operaio, ad un pensionato al minimo poco importa se le pratiche della Sinistra non hanno portato ad un cambiamento di “ noi stessi “, se le innovazioni politico-culturali non sono state sufficienti ( siamo sicuri poi che erano tutte necessarie ? ) , loro si aspettavano un cambiamento della politica, di quella sociale ed economica in primis, ma i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Fa bene poi Graziella Mascia ad evidenziare il limite avuto tra “ il dire ed il fare “, ma è o non è necessaria una assunzione di responsabilità da parte di chi, in più momenti, è stato il più strenuo difensore di un governo lontano dalle aspettative popolari ? E’ questa ovviamente, non una critica ad personam, ma ad un interno gruppo dirigente.
Si crede davvero che il non investimento sulla non-violenza ad esempio ( concetto che accettiamo qui ed ora, ma che non riteniamo utile assolutizzare ) sia stato tra le cause della frattura tra la Sinistra ed una parte consistente del suo blocco sociale ?
Noi crediamo di no . Crediamo che sarebbe stato utile puntare su alcuni punti politico-programmatici, concreti e su quelli fare battaglia, senza se e senza ma. Invece, la timidezza nel produrre conflitto su temi caldi ( in quanti territori si sono create discussioni molto forti sul fatto che l’adesione alla tale lotta o alla tale manifestazione sarebbe stata vista come un attacco al governo…) , ha portato ad una - almeno in parte - perdita di credibilità.
La composizione dei gruppi dirigenti poi, è altro elemento fondamentale : sia a livello nazionale che locale. E’ il limite, a nostra giudizio, non è stata tanto la “ critica femminista al simbolico della cultura maschile “ ( non che il problema non sia reale ), quanto il fatto che spesso è stata la fedeltà a quello o a quell’altro dirigente ad influire nella creazione dei gruppi dirigenti. Una forza di Sinistra non può permettersi cose del genere.
Ora va chiesto un voto con forza, per spezzare il duopolio liberista, per mantenere in vita una speranza ed una voce “ fuori dal coro “ , ma dal 14 aprile è necessaria la buona volontà, i contributi e l’onesta intellettuale da parte di tutti per costruire una Sinistra larga, forte, plurale e credibile : ma per fare questo, è necessario che essa sia ben organizzata ( lo scontro per l’egemonia tra i ceti popolari contro la “ fortezza “ PD ci obbliga ad un soggetto ben strutturato ) e soprattutto realmente alternativa ed autonoma dal riformismo moderato.
Lo spunto è stato l'interessante articolo del professor Dal Lago di qualche giorno fa ( e che è possibile leggere anche su questo sito ).
Innanzitutto, non condividiamo la liquidazione della teoria del “ voto utile “ come elemento di difficoltà della SA. Chiunque è impegnato nei territori, nel proprio ambito di lavoro per questa campagna elettorale sa benissimo che questo elemento pesa molto tra i lavoratori, tra i giovani, tra i pensionati, specie tra quelli meno “ politicizzati “ e tra quelli giustamente “ antiberlusconiani “ doc. L’attacco pesantissimo subito nei cinque anni del governo Berlusconi ha fatto si che la sola idea di un suo ritorno al governo faccia fare quadrato intorno all’unico partito percepito come una possibilità concreta ad ostacolare la vittoria del centro destra. Gli appelli, l’agitare lo spauracchio delle grandi intese, dei programmi simili ( elementi più che reali ) potranno fare presa tra i militanti, tra i maggiormente politicizzati, ma convincere fasce larghe di persone è un compito molto arduo, anche se non inutile.
E’ vero in parte poi, che la speranza di un “ dopo “ per il soggetto unico sciolga alcune riserve, la voglia diffusa – come anche l’esigenza – di unità delle sinistre è da considerare, ma non crediamo sia ora questo elemento a fare la differenza, a spostare i grandi numeri. E’ un ragionamento ancora troppo interno alla politica e a chi la fa più o meno per “ mestiere “.
Terzo punto. E’ palese che la distanza, lo scollamento tra gli operai, tra i ceti più deboli e la Sinistra : è un dato di fatto. Ma lo si voglia o no, la questione del governo, dell’ormai scorso governo, è centrale. Perché nel 2006, le aspettative legittime dei ceti popolari sono state tradite. Ai lavoratori, poco interessa il “ come abbiamo affrontato questa esperienza “ : si era accettato un programma ( una mediazione in linea di massima al ribasso ) che comunque non è stato attuato. Ad un giovane precario, ad un operaio, ad un pensionato al minimo poco importa se le pratiche della Sinistra non hanno portato ad un cambiamento di “ noi stessi “, se le innovazioni politico-culturali non sono state sufficienti ( siamo sicuri poi che erano tutte necessarie ? ) , loro si aspettavano un cambiamento della politica, di quella sociale ed economica in primis, ma i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Fa bene poi Graziella Mascia ad evidenziare il limite avuto tra “ il dire ed il fare “, ma è o non è necessaria una assunzione di responsabilità da parte di chi, in più momenti, è stato il più strenuo difensore di un governo lontano dalle aspettative popolari ? E’ questa ovviamente, non una critica ad personam, ma ad un interno gruppo dirigente.
Si crede davvero che il non investimento sulla non-violenza ad esempio ( concetto che accettiamo qui ed ora, ma che non riteniamo utile assolutizzare ) sia stato tra le cause della frattura tra la Sinistra ed una parte consistente del suo blocco sociale ?
Noi crediamo di no . Crediamo che sarebbe stato utile puntare su alcuni punti politico-programmatici, concreti e su quelli fare battaglia, senza se e senza ma. Invece, la timidezza nel produrre conflitto su temi caldi ( in quanti territori si sono create discussioni molto forti sul fatto che l’adesione alla tale lotta o alla tale manifestazione sarebbe stata vista come un attacco al governo…) , ha portato ad una - almeno in parte - perdita di credibilità.
La composizione dei gruppi dirigenti poi, è altro elemento fondamentale : sia a livello nazionale che locale. E’ il limite, a nostra giudizio, non è stata tanto la “ critica femminista al simbolico della cultura maschile “ ( non che il problema non sia reale ), quanto il fatto che spesso è stata la fedeltà a quello o a quell’altro dirigente ad influire nella creazione dei gruppi dirigenti. Una forza di Sinistra non può permettersi cose del genere.
Ora va chiesto un voto con forza, per spezzare il duopolio liberista, per mantenere in vita una speranza ed una voce “ fuori dal coro “ , ma dal 14 aprile è necessaria la buona volontà, i contributi e l’onesta intellettuale da parte di tutti per costruire una Sinistra larga, forte, plurale e credibile : ma per fare questo, è necessario che essa sia ben organizzata ( lo scontro per l’egemonia tra i ceti popolari contro la “ fortezza “ PD ci obbliga ad un soggetto ben strutturato ) e soprattutto realmente alternativa ed autonoma dal riformismo moderato.
Sinistra Socialista

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