venerdì 21 marzo 2008

E' la crisi epocale del liberismo. Ci vorrebbe Keynes

di Alfonso Gianni

da Liberazione del 20/03/2008
"Verrà un altro 1929?" così, a partire da quell'anno fatidico, si interrogavano gli americani ad ogni scricchiolio di Borsa. Ce lo raccontava John Kenneth Galbraith nelle prime righe del suo fortunatissimo libro "Il Grande Crollo". Correva l'anno 1954, ma è lecito credere che gli americani si siano posti lo stesso quesito più volte in questo mezzo secolo. Ed ancor di più se lo pongono ora che la crisi è tornata a mordere con inusitata durezza.Secondo Alan Greenspan, uno che se ne intende, visto che ha guidato la Federal Reserve americana per vent'anni, si tratta della più grande crisi del dopoguerra. E' forse prematuro dire se ha proprio ragione o no. Probabilmente bisognerà aspettare l'anno prossimo per avere un censimento completo dei potenziali insolventi. Intanto è sicuramente vero che la crisi si sta acuendo ed allargando di giorno in giorno (come del resto aveva previsto con grande lucidità Nouriel Roubini, titolare di un'importante cattedra di economia a New York). Siamo infatti già giunti alla fase di una crisi generalizzata di liquidità, malgrado i soccorsi prontamente forniti dalle banche centrali, e al fallimento di importanti banche d'affari, come la Bear Stearns. Né si può dimenticare che questa ultima crisi conferma una micidiale cadenza decennale nelle ricorrenti crisi finanziarie di grande rilevanza: 1987, 1997 e ora 2007 (è nell'agosto dell'anno scorso che è infatti scoppiata la vicenda dell'insolvenza dei percettori di mutui subprime ).Tuttavia ciò che è più importante approfondire non è tanto il carattere dimensionale di questa crisi quanto le cause che l'hanno provocata e quindi le sue caratteristiche specifiche.Se si parte dalle caratteristiche specifiche della crisi, si può probabilmente giungere alla conclusione che siamo di fronte a una crisi finanziaria di tipo epocale, nel senso che ora vengono al pettine tutti i nodi attorno ai quali si è aggrovigliata la crescita dell'attuale globalizzazione capitalista. Questa crisi mette impietosamente in discussione il processo di finanziarizzazione mondiale del capitale dal punto di vista economico e le teorie neoliberiste e monetariste che l'hanno accompagnato sul terreno politico.C'è chi, come Christian Marazzi, l'ha chiamata "la rivoluzione derivata". Si trattava dell'introduzione nel mercato finanziario, a partire dal 1979, di una nuova tipologia di prodotti finanziari, i "derivati", appunto. Si tratta di prodotti che si acquistano e si vendono come qualsiasi altra merce, che non hanno un valore in sé, ma lo derivano da qualunque altro bene ad essi sotteso, che sia di natura squisitamente finanziaria o del tutto concreta, come le stesse materie prime.La loro funzione è quella di proteggere dalla incertezza derivante dalle oscillazioni dei prezzi di qualunque bene, ma il loro scambio non fa altro che fare di quella stessa incertezza una fonte di guadagno. Ne deriva una costruzione rischiosa e estremamente pericolante, esposta a molteplici rischi, che le istituzioni finanziarie centrali non sempre riescono a rintuzzare con tempestività e successo. In questo percorso il bene che soggiace perde via via sempre più di presenza e materialità, al punto che risulta difficile ricostruire l'origine dei derivati. In sostanza essi esprimono il più alto livello di astrazione dal valore d'uso, ben maggiore di quello rappresentato dal denaro stesso.Nulla meglio dei derivati perciò può rappresentare la cifra dell'attuale finanza mondiale. E quando il processo di astrazione giunge al suo limite estremo, per cui quei titoli diventano vuoti di ogni valore, il castello crolla. E' questo lo spettacolo cui stiamo assistendo da agosto ai giorni nostri.C'è chi, come Riccardo Bellofiore, ha definito l'attuale capitalismo come il capitalismo dei fondi pensione. In effetti questi ultimi, insieme ai Fondi comuni di investimento, nelle loro diverse varianti, sono i protagonisti delle più frequenti e spericolate scorribande sui mercati mondiali e della finanziarizzazione della proprietà industriale. Essi hanno la funzione, altamente "politica", di garantire una sorta di consenso sociale di massa, anche se non del tutto consapevole, all'attuale sistema, tramite il rastrellamento del risparmio, obbligato dallo smantellamento della struttura pubblica di assistenza e previdenza sociali.Ma la privatizzazione della difesa dal rischio e della conseguente copertura assicurativa, può giocare dei brutti scherzi. I fondi in questione sono spinti, dall'ansia di garantire le rendite che promettono, ad operare investimenti sempre più rischiosi alla ricerca dei rendimenti più elevati, il che li espone a frequenti fallimenti. E' quanto è accaduto in questi mesi e probabilmente la situazione è destinata ancora a peggiorare.Queste considerazioni non esauriscono però l'individuazione delle caratteristiche di questa crisi. Bisogna infatti analizzare ciò che sta sotto il fenomeno finanziario e monetario, anche se quest'ultimo a sua volta influisce sul sottostante. Come diceva il grande storico dell'economia Marc Bloch, il fenomeno monetario assomiglia a un sismografo che, non contento di segnalare i terremoti, qualche volta persino li provoca.Sotto al disastro dei subprime , se guardiamo in primo luogo all'economia americana, sta una recessione vera, malgrado i tentativi patetici di negarla da parte dell'amministrazione Bush. Tutte le crisi capitalistiche sono crisi di sovrapproduzione, si usava dire una volta. E' vero anche in questo caso. Solo che è più grave che nel passato.In effetti la diffusione dei mutui, dei pagamenti rateali, insomma dell'indebitamento del cittadino americano (e il fenomeno si sta diffondendo anche da noi) corrispondevano esattamente alla necessità di diluire la vendita del prodotto attraverso il tempo, agendo in anticipo sulla effettiva capacità di spesa dei singoli.Ma quel sistema di ammortizzatori finanziari non poteva andare avanti all'infinito. Essendo troppo fragile e complesso doveva prima poi incepparsi. Ed è quanto è successo e sta succedendo.L'intoppo nel sistema dei mutui subprime consiste nel fatto che cittadini a reddito basso e soprattutto discontinuo non sono stati in grado di fare fronte ai debiti contratti. In sostanza la flessibilità e la precarietà su cui il sistema postfordista si è eretto, si rivoltano contro il castello finanziario che è stato fin qui costruito.La mancanza di stabilità del posto di lavoro, portata a esempio della modernizzazione nei rapporti sociali e negli stili di vita dagli apologeti della globalizzazione e del neoliberismo, ha scavato il sistema fin dalle sue fondamenta determinandone le rovinose frane che sono sotto i nostri occhi.Queste ultime disvelano e trascinano con sé la vuota retorica neoliberista. Per la prima volta in modo evidente e generalizzato si scopre o si riconosce che il sistema, senza un intervento statale, non funziona.Giulio Tremonti propone una soluzione reazionaria, avanza una critica da destra alla globalizzazione, ma esprime anch'egli questa diffusa consapevolezza. Le banche centrali corrono in aiuto al sistema bancario privato in difficoltà.La Fed decide in queste ore la più grande riduzione del costo del denaro da un quarto di secolo a questa parte. Solo Paul Volcker nel 1984 fece di più. Ben Bernanke, attuale capo della Fed, non si vergogna affatto di teorizzare il ruolo della banca centrale come «prestatore in ultima istanza» (si noti l'analogia con l'espressione usata da Federico Caffè di stato occupatore in ultima istanza di forza-lavoro, così aborrita dai neoliberisti).Il keynesismo più elementare sembra tornare di moda, visto che tra qualche settimana i cittadini americani riceveranno dal governo, per decisione bipartisan, un assegno tra 600 e 1200 dollari, per soccorrere il loro potere d'acquisto.Solo in Europa la banca centrale rimane ferma e con essa il costo del denaro. Immutabili i risibili vincoli di bilancio di Maastricht, che suggeriscono al nostro Padoa Schioppa, di negare, anche in extremis, la ridistribuzione e persino l'esistenza del tesoretto, certificato dai conti dell'Istat.Mai come in questo momento, proprio mentre si parla di ratificare definitivamente il trattato di Lisbona, è più evidente la necessità di ridiscutere le basi monetariste su cui si fonda l'Europa. Ora è più chiaro di prima, per le ottime ragioni ricordate da Paolo Leon su questo giornale, che è necessario contrastare il disordine monetario internazionale, riproponendo un sistema di accordi che si ponga al livello di quello che fu Bretton Woods per il mondo che usciva dalla guerra.E sconsiglierei davvero di attendere un nuovo conflitto di proporzioni mondiali per mettervi mano.Stiamo assistendo ad una sorta di rovesciamento del caso europeo che Jeremy Rifkin chiamò "sogno". L'attuale crisi può risultare addirittura devastante per tutti o può essere occasione per un cambio radicale di politiche. Dipende anche da noi.Ciò che non si è potuto fare dal governo, per precise responsabilità, può essere perseguito come programma di opposizione. Il superamento del capitalismo non giunge in dono dalle sue crisi, ma dipende dalla soggettività alternativa che si crea.

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La Sinistra - L'Arcobaleno - Lo spot TV

Intervista a Fausto Bertinotti da Il Manifesto di domenica 9 marzo

Manifesto della Sinistra Socialista - Sintesi


La fine del vecchio e l'inizio del nuovo secolo sono segnati da una forte crisi che investe tutto l'intero sistema sociale : dall'economia alla cultura, dall'ambiente ai diritti. Le manifestazioni di questa crisi sono moltepilici : dalla crisi economica mondiale, che rischia di investire tutti gli stati sviluppati al dilagare della precarietà, finanche ad un mai risolto problema della disoccupazione; da un quanto mai attuale problema della pace nel mondo alle tragiche questioni ambientali, dall'invadenza della religione nella scuola, nella società, ad un imbarbarimento culturale delle giovani generazioni.Davanti ad uno scenario come questo, il nuovo movimento dei lavoratori, potrà vincere questa sfida solo dotandosi di un progetto ambizioso, alto e sinceramente realistico. Che trae la sua ispirazione dalle grandi culture politiche del passato ( socialiste e comuniste in primis ) e dalle grandi lotte che il movimento ha combattutto. La crisi di questo capitalismo è evidente, ma gli sbocchi non sono scontati : nella dilemma sempre attuale tra " socialismo e barbarie ", quest'ultima potrebbe prevalere.La capacità del nuovo movimento operaio di guidare ed incidere nei processi, potrà avere come possibile esito della crisi, il Socialismo. Socialismo che si svilupperà su pochi ma precisi criteri e valori : uguaglianza, centralità del lavoro, benessere economico diffuso, salvaguardia dell'ambiente, laicità della società come base dei diritti civili.Sarà necessaria nel tempo, una tessitura di alleanze riformatrici, con settori del nuovo movimento operaio e con settori della società progressista. Alleanze anche mobili, nel tempo e nei luoghi, senza perdere mai la prospettiva socialista ed anticapitalista. All'interno della varia articolazione della Sinistra, fondamentale sarà la ricerca dell'unità, nei contenuti, con partiti e movimenti. Dare cittadinanza politica alla Sinistra diffusa, a quella nascosta. La Sinistra che con coraggio e coerenza deve operare ovunque, in tutti i settori della società, dai luighi di lavoro alle periferie, dai movimenti a tutti i livelli delle istituzioni, senza paure. Per fare questo, è necessaria una chiara autonomia politico-organizzativa : plurale, che garantisca e che metta a valore le diverse esperienze e le culture.La situazione politica venutasi a creare in Italia ( due grandi partiti liberisti ) ci impone una svolta. La barbarie è dietro l'angolo.