domenica 22 febbraio 2009
EUROPEE: TAMBURRANO, LISTA UNICA A SINISTRA PER VIVERE AL 4%
sabato 14 febbraio 2009
''Le bandiere rosse ci indicano un vuoto''

intervista a Fausto Bertinotti - dal sito www.aprileonline.info
La Fiom e la Funzione pubblica insieme, a sfilare per le strade capitoline e a ritrovarsi a S.Giovanni. Che cosa ti suscita questa compresenza?
E' molto bello. Ma forse anche di più. E' un fatto che dovrebbe interessare la cultura politica del paese. Questa manifestazione di lotta comune di due popolazioni lavorative per storia così diversa, come appunto i metalmeccanici e il pubblico impiego, è un reciproco vantaggio. Aiuta infatti a far vedere il lavoratore pubblico italiano come un lavoratore e non un privilegiato, e aiuta anche il metalmeccanico, che dimostra come non rappresenti la fine di una grande storia, la classe operaia che esce di scena, ma come una realtà sociale che ancora resiste, che ancora c'è.
Ed è poi un segnale di unità, tra due categorie che negli ultimi anni sono state anche distanti?
Si, rappresenta l'idea di mettere al centro dell'iniziativa politica e sociale l'unità della compagine lavorativa, del mondo del lavoro. Il che è un fatto straordinario, una risposta importante anche al contesto che il mondo sta vivendo.
Ti riferisci alla crisi?
Ovviamente, la recessione divide il mondo del lavoro, basta guardare Oltre Manica a quanto accaduto in Galles. E la crisi economica non fa che aumentare il rischio di conflitti che possono intervenire ogni giorno fra i lavoratori, spinti dalla scarsità di occupazione, dalla concorrenza spietata che il padrone impone loro. Ecco, di fronte a questo scenario, la costruzione dell'unità del lavoro diventa fondamentale, importantissima, vitale. Per questo dovrebbe interrogare la cultura politica.
E i partiti. Che messaggio manda questa piazza Cgil alla sinistra?
Il messaggio che manda lo si vede dal colore, da questa distesa di bandiere rosse che è assolutamente straordinaria. Sta avvenendo qualcosa di singolare. Veniamo da un tempo lontano in cui le manifestazioni della sinistra politica erano un tappeto di bandiere rosse mentre quelle sindacali erano multicolore, perché c'erano diversi simboli, perché si sosteneva che il sindacato dovesse comprendere tutti. Oggi questa distesa di bandiere rosse riempie di un vuoto il paese. Col che non è richiesto al sindacato di sostituire le forze politiche, ma indica un problema: se da una parte testimonia infatti una presenza forte di un sindacato che offre la mano ai lavoratori e questi che la prendono - senza chiedersi chi è, perchè sanno che è il sindacato e questo è ciò che conta, che basta- d'altra parte prova che non c'è, come dovrebbe esserci, la sinistra. Ma questo è un compito che è di questa gente e di questo popolo, ma non di questa organizzazione.
La gente e il popolo a cui ti riferisci però chiede alla sinistra unità. Durante la manifestazione non pochi si sono avvicinati a te per esprimerti questa esigenza, anche per dire che non capiscono però la nascita di un altro nuovo partito della sinistra che impegnerebbe Nichi Vendola...
Non milito direttamente nella politica, quindi non è giusto che mi pronunci, Nichi Vendola è un caro amico e compagno, penso però che il problema sia complessivamente della sinistra. Credo che oggi in Italia non esiste una sinistra e bisognerebbe, senza scorciatoie, porsi il problema di ricostruirla. Personalmente poi ritengo che ciò possa avvenire, intendo questa ricostruzione, solo da un grande big bang, che riapra un capitolo nuovo nella forza politica del paese.
martedì 3 febbraio 2009
La Costituente di una nuova sinistra dopo la fine del ciclo della controriforma
Stiamo vivendo un tempo breve infarcito di fatti politici, economici e sociali di ogni tipo e tutti, a loro modo, in tutto, o almeno in parte, imprevisti; alcuni inediti e tanti di rottura con il ciclo lungo in cui siamo vissuti fin qui. Questo tempo breve in cui siamo immersi parla oramai di un mutamento di fondo dell’intero ciclo politico-sociale di cui segna la fine.
I diversi accadimenti (di cui il più rilevante è certamente la crisi che ha investito il capitalismo finanziario globalizzato che, a partire dagli Stati Uniti d’America, coinvolge il mondo intero e che, a partire dalla finanza, scuote l’economia reale) colpiscono i fondamentali di un ciclo economico durato un quarto di secolo.
LA FINE DEI “TRENTA INGLORIOSI”
Il mondo vive le doglie di un nuovo ciclo di cui è impossibile prevedere gli assetti di civiltà e di potere. Proprio gli assetti di civiltà, di potere tra le classi, di produzione e di distribuzione della ricchezza, di qualità (di sostenibilità sociale ed ecologica), dell’organizzazione economica e sociale, di accesso ai diritti costituiscono infatti la linea di clivage che separa un’uscita dalla crisi in una direzione piuttosto che in un’altra, il clivage tra destra e sinistra. Quel che è certo è che si è concluso il secondo ciclo lungo prodottosi nella storia apertasi con la vittoria contro il nazifascismo, un ciclo durato dall’80 ai nostri giorni. Un tempo sterminato politicamente, ma comunque assai prolungato oggettivamente, più di quanto si tenda solitamente a considerare. Basti riflettere, per l’Italia, sul fatto che si è trattato di un tempo più lungo di quel che ha separato il tempo della Resistenza, della lotta partigiana, da quello dell’esplosione operaia e studentesca del biennio rosso del ’68-’69. Un ciclo lungo sostanzialmente quanto quello che lo ha preceduto, che è andato dagli anni ’50 all’80. Se quelli sono stati chiamati i 30 gloriosi, potremmo chiamare questi i 30 anni ingloriosi. (…)
Il primo ciclo lungo è stato chiamato del “compromesso democratico” (o socialdemocratico), ed ha avuto nell’Europa la sua manifestazione più organica, dove ha preso la forma e la sostanza dello stato sociale e del riconoscimento dei diritti dei lavoratori. E’ stato il ciclo lungo influenzato dal conflitto di classe e dal protagonismo dei lavoratori che ha imposto all’economia capitalista il compromesso sociale e, nella sfera della politica, la grande questione della riforma sociale. Tutto ciò è ben noto ma, invece, si è riflettuto troppo poco sulla sua causazione ideale. Sull’ideologia che ha fatto da lievito al ciclo lungo della riforma (seppure incompiuta e mutilata). Essa ha preso la forma delle costituzioni democratiche a cui hanno dato vita in Europa i processi costituenti seguiti alla vittoria contro i fascismi. Non può sfuggire la loro dichiarata discontinuità con la tradizione delle costituzioni liberali. L’eredità, pur rilevante, della “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789”, viene allora superata con la volontà di immettere nelle costituzioni ciò che prima non c’era mai stato: la democrazia sociale. La democrazia doveva dunque essere aggettivata per avere un senso. Il cambiamento segnerà un’epoca. L’essenza delle democrazie viene individuata nell’uguaglianza. La lotta alla disuguaglianza diventa il principale obiettivo programmatico di una Costituzione che fa del lavoro (non dell’impresa o della proprietà) il fondamento della Repubblica. I rischi dell’esistenza non sono più affidati al mercato. La democrazia progressiva (o integrale) non è, come viene sostenuto infondatamente, l’ideologia di una sola parte (dei comunisti e dei socialisti), bensì l’ideologia condivisa che viene messa a base della Costituzione. Il mondo diviso in blocchi contrapposti e la reazione di classe metteranno poi in discussione questa conquista culturale che diventerà soprattutto, da lì in avanti, il terreno della lotta politica nel paese, ma essa continuerà a lavorare nella formazione del senso comune, tanto che non è possibile pensare la costruzione dello stato sociale e la conquista dei diritti dei lavoratori senza quei fondamenti ideologici che sono, insieme a quelli delle costituzioni democratiche, la causazione ideale dei 30 gloriosi. La presenza dello Stato nell’economia e la partecipazione dei lavoratori alla vita pubblica si venivano infatti configurando, insieme al ruolo riconosciuto ai partiti di massa e ai sindacati, come la strumentazione con la quale condurre la lotta alla disuguaglianza.
Il caso italiano costituirà la massima espansione di questo modello sociale nel pieno sviluppo del ciclo fordista-taylorista. Il ’68-’69 ne segnerà l’oltrepassamento nell’incontro con l’onda della contestazione che attraverserà il mondo riaprendo la questione della trasformazione, della rottura e declinando il tema dell’uguaglianza con l’ambizioso linguaggio dell’egualitarismo. Se si estrae così il nucleo duro dai 30 gloriosi si ha per intero, in tutta la sua drammaticità, il rovesciamento operato nel ciclo lungo che ne è seguito. Non una modernizzazione, da un lato, e una rivincita di classe, dall’altro. Ma la fondazione di un diverso assetto della società su nuove basi a partire dal rovesciamento del paradigma centrale: il lavoro, da fondamento della repubblica nella lotta alla disuguaglianza, diventa la variabile dipendente del nuovo sovrano, la competitività del mercato. La globalizzazione si impone come rivoluzione capitalistica restauratrice, proprio così, e cambia il quadro intero.
LA MODERNIZZAZIONE REGRESSIVA E I SUOI EFFETTI SULLA DEMOCRAZIA
Non si capisce niente di ciò che è accaduto anche nella soggettività, nelle culture diffuse, nella politica, se non si intende bene questo punto essenziale. La rivoluzione conservatrice si è integrata in questa modernizzazione regressiva che ha rovesciato il rapporto tra economia e politica rispetto al ciclo precedente, riducendo, al fondo, la politica ad un ruolo servile dell’economia. La costituzione materiale ha divorato la costituzione formale. La lex mercatoria ha occupato la scena del mondo scacciandovi gli “intrusi” che l’ascesa delle masse popolari aveva introdotto, dall’idea delle Nazioni Unite, agli accordi di cooperazione internazionale, alle sovranità popolari, all’intervento pubblico nell’economia, al riconoscimento dei diritti sociali. Si è consumata una crisi profonda della democrazia e della politica tanto che quando, in una nuova dimensione sovranazionale come quella europea, si è fatta strada la necessità di un ordinamento costituzionale, si è tornati alle costituzioni liberali cancellando la storia intera di quelle democratiche, per rinunciare, infine, a qualsiasi ambizione costituzionale e approdare alla cultura del trattato: la fine dell’ambizione di disegnare il futuro della società. Nella globalizzazione capitalista si è consumato il paradosso dell’Europa: nel momento massimo della sua necessità storica essa si è “formata” dissolvendosi nel mercato. I rischi dell’esistenza umana sono tornati ad essere affidati al mercato in un capitalismo che riprendeva la sua ambizione più smisurata e, per fortuna, mai del tutto realizzabile, quella di sussumere tutto, proprio tutto, dentro di sé, riducendo tutto, proprio tutto, a merce.
Abbiamo così visto all’opera un capitalismo totalizzante capace di sbriciolare le conquiste del secolo precedente. Lo stato sociale è stato ridotto a costo di produzione da tagliare, la sua densità è stata considerata un fattore di arretratezza. La lotta alle disuguaglianze è stata sostituita dalle miserie culturali delle pari opportunità e di un Welfare compassionevole, con il conseguente abbattimento delle protezioni sociali. La disuguaglianza è stata accolta quale componente necessaria della crescita e dell’arricchimento. Le garanzie sociali sono diventate delle rigidità considerate, a loro volta, come un ostacolo allo sviluppo competitivo. La modernità si doveva esprimere nell’assolutizzazione della flessibilità del lavoro. La precarietà è diventata l’esito atteso nel lavoro e nella vita delle persone; la nuova cifra della condizione sociale del tempo. In alto, la finanziarizzazione dell’economia si combinava con un’accelerazione e un’espansione dell’innovazione tecnica e scientifica nel cui contesto si affacciavano, spinti dalla deterritorializzazione della produzione, nuove potenze economiche che nascevano su territori dove più bassi, spesso incomparabilmente più bassi, erano le tutele, i diritti e il costo del lavoro. La potenza del nuovo ciclo capitalistico si poggiava sui grandi rovesci politici dei suoi avversari storici, la sconfitta del movimento operaio e del conflitto sociale in Occidente e il crollo dei regimi dell’Est europeo, e alimentava una ideologia così pervasiva da diventare, per un certo periodo, pensiero unico e una politica di governo, quella neoliberista, che si è pretesa senza alternative possibili.
Sono stati i 30 ingloriosi della grande controriforma. Sembravano, ai più, irresistibili. Gli apologeti ne cantavano le magnifiche sorti e progressive e pazienza per chi stava peggio. E’ il mercato, bellezza. Se qualcosa non andava per il verso giusto, se qualcosa restava fuori, o si ostinava a restare fuori, c’era sempre, come arma dissuasiva, la repressione in nome della sicurezza e si poteva persino dar corso all’idea più estrema, quella dei neo-conservatori, l’idea della guerra preventiva, della guerra permanente, concepita per difendere la civiltà della globalizzazione. Fuori restavano, nel campo della globalizzazione, solo i punti di resistenza, le eredità del ‘900 che mantenevano, in posizioni di minoranza, la critica e il dissenso, finché la nascita del movimento di critica alla globalizzazione, il movimento dei movimenti prima, e il movimento pacifista poi, hanno aperto la strada a contestazioni, lotte ed esperienze tali da configurare il venire alla luce di un nuovo protagonismo critico, il primo movimento post-novecentesco che, a fronte della globalizzazione capitalistica, ha affermato che un altro mondo è possibile. La sua forza non è stata tale da impedire le guerre e da sconfiggere il neoliberismo, mentre le sinistre, nel loro insieme in Europa, perdevano un’occasione storica per la loro rifondazione. Ma qualcosa era accaduto nelle soggettività e una traccia è restata durevolmente. Il conflitto non si è potuto espungere dalla società.
LA CRISI ATTUALE
Certo, quando la crisi del capitalismo finanziario globalizzato è esplosa negli Usa non è stato per il venir a maturità della contraddizione esterna bensì per quella interna. Tuttavia la crisi ha dato pienamente ragione al movimento di critica della globalizzazione capitalistica tanto che, seppure senza che se ne possa prevedere l’esito, a proposito di quale sarà il nuovo ciclo, la crisi mette fine al secondo ciclo lungo del dopoguerra, il ciclo della grande controriforma. Lo dice appieno la natura della crisi.
Essa è intanto descritta dal lato della quantità in termini così imponenti da investire pressoché ogni paese del globo e da non consentire una previsione di uscita da essa in tempi né brevi, né facilmente immaginabili. Ma è l’indagine qualitativa che ne disvela fino in fondo il carattere. La crisi è scoppiata in una parte del mondo, gli Usa, e nella sfera finanziaria, la bolla, ma essa ha immediatamente, progressivamente, e sempre più, investito l’economia reale. Già l’avevano preceduta altre bolle e altre se ne temono. Sotto, spingeva alla crisi ciò che si veniva organizzando nell’economia, le sue contraddizioni interne, e, ancor più sotto, ora si può ben vedere quanto abbiano lavorato i fattori sociali generati dalla stessa modernizzazione capitalistica. Si può dire che proprio ciò che ha consentito il potente dispiegarsi della globalizzazione, cioè il controllo pieno da parte del capitale del mercato del lavoro e del lavoro, ha prodotto il vuoto di domanda che ha sospinto il sistema al consumo drogato (l’origine della bolla). La locomotiva americana è stata spinta ai livelli più alti della produttività e dell’innovazione da una politica monetaria espansiva, da iniezioni di denaro pubblico sistematiche, dal sommarsi dell’indebitamento pubblico con l’indebitamento privato. Ciò che l’adesione provinciale alla filosofia neoliberista ha impedito all’Europa, che l’ha condannata a regimi di bassa produttività e che, complessivamente, l’ha imprigionata in una collocazione secondaria sulla scena mondiale, se lo sono invece permesso gli Usa. Ma quando gli Usa hanno dovuto riscoprire il mercato interno, il regime di bassi salari e bassi stipendi, il regime di disuguaglianza crescente, ha rivelato un problema gigantesco che è stato affrontato, aprendo la strada alla crisi, lungo la linea di fuga del consumatore indebitato. Proprio questo patologico indebitamento ha costituito il primo anello della catena di un’esposizione crescente al rischio da parte del prestito, che, diventato esponenziale, non poteva che esplodere, come è accaduto, negli anelli della catena posti più in alto. Questi anelli sono così grandi e così pesanti nel sistema da dover però essere salvaguardati a qualsiasi costo. Ma a quale costo e chi è chiamato a pagarlo? Parallelamente il mercato, con la negazione di un intervento pubblico programmato e, con esso, delle capacità di realizzare grandi investimenti e redditività differite nel tempo, cioè a resa lontana, si è privato di qualsiasi capacità di conversione industriale e merceologica e ha sospinto al consumo (indebitato) di quei beni che hanno costituito lo scheletro della società dei consumi ma la cui maturità consiste ormai nell’essere energivori quando la soglia critica prescritta dall’ecologia è già pericolosamente valicata e la riforma energetica è diventata improcrastinabile. Alla crisi economica si somma dunque, intrecciandosi ad essa, una rigidità del modello di produzione-consumo che la aggrava drammaticamente. I 30 ingloriosi della controriforma si sono sfracellati sulle sue contraddizioni interne. E’ la crisi del modello. Lo confermano le reazioni delle classi dirigenti. La loro capacità di rimuovere d’un colpo tabu che esse stesse avevano eretto, è, da un lato, la conferma della flessibilità e della capacità innovativa del capitale e dei suoi alti funzionari e, dall’altro, per la radicalità della svolta realizzata, l’evidenziazione della gravità della crisi. Grande sarà la spinta alla ristrutturazione dell’economia, ma in quale direzione? Un numero de La Stampa di fine anno si apriva così: “Un’ondata di nazionalizzazioni e salvataggi pubblici si sta diffondendo nel mondo, nel tentativo di contenere la crisi finanziaria”. Poi l’autorevole editorialista proseguiva: “Di questa ondata di nazionalizzazioni e salvataggi colpisce l’ampiezza e la rapidità. Nel solo 2008, in termini di cassa (ed escludendo dunque le garanzie), gli interventi statali di salvataggio si stanno avvicinando a 3 trilioni (3000 miliardi) di dollari. Giusto il doppio dei proventi di tutte le privatizzazioni realizzate nel mondo in trent’anni…, ".
Non è un punto secondario quello che così cade dell’edificio delle politiche economiche del trentennio trascorso. Ma se l’intervento pubblico nell’economia torna come una necessità, come un terreno obbligato, non bisogna illudersi che con esso torni la cultura economica in cui esso era nato. La contesa si sposta sulla natura dell’intervento pubblico: per determinare quali assetti proprietari, quali obiettivi economici, sociali, ecologici esso debba perseguire. Il mondo si affaccia immediatamente come scena prima della politica. La sconfitta di Bush si porta via, con l’ideologia pestifera dei neo-conservatori, la teoria della guerra preventiva. Il mutamento è imponente. Ma la crisi non propone la ricerca di un nuovo rapporto tra le economie, le monete, le forme di intervento pubblico delle diverse aree geopolitiche del mondo per costruire un’economia di pace, per dar vita a una leva potente e, su scala mondiale, per la riconversione? Di tutto ciò neanche l’ombra. E neanche l’ombra di un cambiamento reale sull’altra questione di fondo: il rapporto tra capitale e lavoro, o, almeno, tra profitto e salario. Capita che, anche chi ha sostenuto con rigore le politiche neoliberiste, metta in luce, con onestà intellettuale, un aspetto nodale dell’arcano del lungo ciclo ora entrato in crisi. Lo ha fatto, per esempio, Innocenzo Cipolletta in un articolo nel quale lucidamente spiega la ragione di fondo della lunga fase di crescita dell’economia senza inflazione e la rintraccia nel regime di bassi salari o di mancato aumento dei salari in cui essa ha avuto luogo.
(….)In realtà, la spiegazione della crescita senza inflazione del ciclo neoliberista sta in una ragione di classe: nell’aumento della disuguaglianza, nell’emergere del lavoro povero e in una distribuzione della ricchezza fatta a scapito del salario. L’astuzia della storia qui è però consistita nel trasformare la causa prima del successo del ciclo neoliberista nel fattore primo anche della sua crisi, un fattore tanto indiretto quanto così potente da spingere il sistema ad una compensazione (l’indebitamento privato) rivelatasi impossibile, un fattore tanto imponente da generare la crisi. Ma se l’analisi individua un nodo di fondo della crisi dell’ultimo ciclo lungo, le classi dirigenti fanno e faranno di tutto per rimuoverlo dalle terapie da adottare. L’intervento pubblico nell’economia è obbligato, l’aumento dei salari no, la riforma dell’economia nemmeno. Per ora non si vede all’opera in Europa un qualche riformismo borghese. Converrà seguire con attenzione quello d’Oltreatlantico. Philippe Askenazy, il brillante direttore dell’Ecole d’économie di Parigi, ha scritto: “Imposte, sanità, ricerca… e numerosi altri punti del programma di Obama hanno una tonalità più vicina al progetto del Nuovo Partito anticapitalista di Besancenot che di quelli presentati nelle diverse mozioni del Partito Socialista [francese]. Allora, Obama anticapitalista? Certamente no. L’obiettivo è di riequilibrare il capitalismo americano per fargli guadagnare in efficacia. D’altronde, Obama è progressivamente divenuto il candidato preferito dei capitalisti che hanno finanziato largamente la sua campagna elettorale. Essi hanno semplicemente capito l’esaurimento della politica di esasperazione delle ineguaglianze e di riduzione dei servizi pubblici…”
OBAMA “ANTICAPITALISTA”?
Del resto, negli Usa la crisi delle tre grandi di Detroit, General Motors, il simbolo della via americana, Chrysler e Ford, ha scosso a tal punto la politica da far pensare ad interventi pubblici che hanno fatto dire a Jeffrey Garde, l’economista di Yale che è stato Segretario al Commercio degli Usa: “Non succedeva dalla Seconda Guerra mondiale, quando il governo ordinava alla General Motors quali carri armati dovevano produrre”. E’ negli Usa che è venuta avanti l’ipotesi di affiancare al megaprestito pubblico a due delle tre grandi una partecipazione azionaria di maggioranza in esse. Ed è sempre negli Usa che si è fatta strada la proposta di uno “Zar di Washington” che secondo il Wall Street Journal potrà decidere persino che “una parte degli impianti di General Motors debba servire a produrre treni, autobus, metropolitane, cioè trasporti pubblici anziché mezzi privati”.
Staremo a vedere, ben sapendo che una cosa è la campagna elettorale, altro, ben altro, è il concreto esercizio di governo. Come andrà seguito con attenzione ciò che accadrà in un’altra area decisiva del nuovo mondo, la Cina. Lì il piano di investimenti pubblici con cui il sistema replica alla crisi è imponente e la risposta gode del vantaggio, oggi non contestato da alcuno come tale, di potersi appoggiare su grandi e solidi assi pubblici capaci di organizzare una spesa immediata in investimenti e in opere. Ma, seppure diversamente che in Europa e negli USA, anche in Cina il problema sociale (le diseguaglianze, i bassi salari) sfida l’efficacia della risposta economica…
E’ in Europa che non c’è un granché da vedere sul fronte del riformismo borghese mentre, purtroppo, la sinistra resta muta. Basterebbe constatare che mentre avanza una recessione dura (e che si annuncia lunga), mentre l’occupazione diventa il terreno assolutamente prioritario di una politica economica appena degna, mentre donne e uomini, a partire dai precari, precipitano nella disoccupazione, l’unica questione all’ordine del giorno è quella degli ammortizzatori sociali, cioè di misure (certo necessarie) che leniscono il disagio sociale ma che, per definizione, non ne fronteggiano le cause. Il rischio che la crisi faccia il suo corso spontaneo è crescente. Se così fosse la crisi finanziaria, che è diventata crisi economica, diventerà crisi sociale. Povertà e disoccupazione sono i nuovi spettri che si aggirano in Europa. C’è un’onda lunga che prosegue il suo cammino oltre il lungo ciclo economico con cui è cresciuta, un’onda che rischia di protrarsi al di là della crisi di quel ciclo economico. Se così fosse, se non si battesse questa tendenza, sarebbero guai seri. Il nuovo ciclo, quello che in ogni caso si sta aprendo, sarebbe foriero di nuove demolizioni di civiltà e di una nuova rivoluzione passiva. Nell’Europa continentale il riformismo borghese appare come un visconte dimezzato e quando appare, pur in vesti poco credibili, sembra più propenso ad affacciarsi a destra che nel centro-sinistra dove l’assenza di alternatività è fin impressionante.
LA SINISTRA IN EUROPA,
UN CAVALIERE INESISTENTE
Ma è la sinistra ad essere, in Europa, il cavaliere inesistente. La sinistra radicale, scompaginata, è muta di fronte ad una crisi che le dà letteralmente ragione ma non le restituisce la parola. (…)Se la coppia crollo-rivoluzione non è alla viste, al contrario la coppia crisi-ristrutturazione, piuttosto che dar luogo ad un ciclo di crescita durevole, produrrà, con tutta probabilità, un accorciamento ulteriore del ciclo di crescita e un ulteriore avvicinamento temporale di una crisi a quella che l’ha preceduta, mentre la mancata mutazione del modello economico di base (…) può persino far incombere, con una crisi di civiltà, una catastrofe. A meno che maturi, anche soggettivamente, l’alternativa di modello che è già matura oggettivamente, storicamente. Chi parla acriticamente della crisi come opportunità indica, al contrario, una prospettiva fuorviante come se il cambiamento, rispetto al ciclo morente, fosse nelle cose. È la riedizione di una nuova apologetica. Caduta quella che confidava nel vento della globalizzazione (ricordate il secondo Ballo Excelsior a poco meno di un secolo dal primo?), dimentico dello smacco subìto, il nuovo apologeta si affida ora proprio a ciò che la globalizzazione avrebbe dovuto sconfiggere per sempre: la crisi.
Si profila a rafforzare l’ottimismo dell’oggi anche una corrente culturale che rivaluta, contro l’analisi storica che ne ha messo in rilievo la tragicità, i grandi periodi di crisi quali generatori di benessere. Abbiamo letto rivisitazioni del Trecento che così leggono persino la peste, osservando che i sopravvissuti (uno su due, al massimo due su tre) avevano potuto star meglio ereditando e usando i beni prima necessariamente da dividersi in una platea più ampia. Basta non mettersi dalla parte di quelli che soccombono, neppure se sono la metà dell’intera popolazione! In realtà la crisi porta danni sociali pesanti con i quali è difficile fare i conti, mentre ardua è la costruzione di una alternativa. Ci si deve e ci si può provare. Ma la prima condizione per farlo è un’attenta ricognizione del terreno della contesa, delle forze in campo, delle tendenze in atto, senza tacere la difficoltà più grande che consiste, in Europa e in Italia in particolare, nella crisi drammatica e senza precedenti della sinistra politica.
La seconda condizione è fare l’inchiesta, tornare a descrivere, con i protagonisti, la mappa dei conflitti, farne emergere la narrazione in tutte le molteplici lingue di una realtà sociale frantumata ma non inerte. La terza è disporsi al confronto con tutte e tutti coloro che sono interessati a mettere in discussione le separatezze, i solipsismi, gli arroccamenti (ma dove?) per ricostruire un tessuto di relazioni attive, un legame sociale e culturale che possa costituire la condizione ambientale di un conflitto capace di riguadagnare il centro della scena ed affrontare i nodi decisivi della contesa. Per concorrere a costruire un nuovo ciclo lungo, che rompa col paradigma neoliberista che l’ha preceduto, bisogna saper lavorare alla formazione di una ideologia che lo giustifichi. Non si può pensare di farlo tornando a quella del tempo dell’oro. Ma la rammemorazione dei passaggi che, nel nostro passato, hanno insediato una critica reale dell’economia capitalistica è indispensabile se si vuole lavorare alla produzione della nuova (e adeguata) critica.
TRE PASSAGGI ESSENZIALI
Tre a me paiono questi passaggi nella storia del nostro paese dopo la Resistenza. Da essi bisogna saper trarre ciò che vive come lezione per il presente e per il futuro. Sono tre passaggi nei quali la critica dell’economia, del modo di produzione capitalistico ha preso la forma di una critica di massa e ha annunciato, prima di essere sconfitta, una alternativa di società. Essi sono: il processo costituente che ha portato alla Costituzione repubblicana del ’48, il biennio della contestazione studentesca e operaia del ‘68-‘69 e il movimento altermondista dell’inizio del nuovo secolo. È in questi tornanti che le culture critiche del moderno capitalismo, quelle del movimento operaio, del femminismo e dell’ambientalismo hanno fatto le loro prove intrecciandosi, sovrapponendosi e, a volte, confliggendo senza riuscire a sfociare in una nuova, efficace e compiuta critica dell’economia capitalista, ma concorrendo a realizzare straordinarie esperienze e grandi cambiamenti sociali e civili. Riprendere la loro tessitura, a valle di sconfitte anche feroci, di cui dobbiamo ancora indagare le ragioni e leggere gli errori, può diventare l’incipit del nuovo discorso. Un inizio da fare interagire con l’altro filo dello stesso discorso, quello della critica al capitalismo, a partire dall’analisi della crisi del capitalismo finanziario globalizzato che ci sta investendo e dall’elaborazione di una proposta di politica economica e di assetto della società che metta in discussione, in radice, il modello economico e sociale esistente. Potremmo partire, con chi ci sta, dalla messa in opera di una rete di rapporti per l’apertura di un grande e partecipato laboratorio di ricerca per un piano del lavoro da buttare in un dibattito politico altrimenti insopportabile.
In questa costruzione ci sarebbe la possibilità di connettersi con le realtà sociali, di movimento e di lotta presenti nel paese. Una proposta che prenda per le corna un obiettivo senza il quale non c’è alternativa allo stato delle cose esistenti, quello di piena e buona occupazione. Un obiettivo capace di mettersi in rapporto con il lavoro industriale, dei servizi, della pubblica amministrazione, come con le molte forme di lavoro autonomo, precario, misto e con tutta l’area del non lavoro, con i disoccupati. Un obiettivo che deve essere capace di investire i temi cruciali del cosa, chi, come, dove, per chi produrre e delineare un processo di riconversione dell’economia, entro cui proporsi una redistribuzione della quantità e della qualità del lavoro e una diversa gerarchia dei consumi. Un obiettivo che non arretri di fronte alla necessità, per perseguirlo, di mettere in discussione gli assetti di potere e di proprietà.
In tutti i grandi passaggi, di fronte alle crisi, quando si è voluto imboccare una strada diversa dalla ristrutturazione capitalistica sono emersi due grandi temi: quello della pianificazione e quello di come attribuire al lavoro e alla collettività la soggettività economica nell’impresa. Non si tratta solo, e pure va fatto, di ripensare la presenza pubblica anche in termini di proprietà statale. La questione spinosa, ma, in questo ambito, necessaria, dell’autogestione nell’impresa e di impresa e della partecipazione della collettività e dei lavoratori alle sue decisioni strategiche (il “governo democratico dell’economia”) dovrebbe essere ripensata, anche tornando a studiare criticamente, ma senza demonizzazioni, un largo spettro di tentativi, da quello svedese del piano Meidner a quello jugoslavo della “legge sul lavoro associato” fino alle esperienze messe in atto in Francia (la Lipp), ma anche in Italia, sull’autogestione. Se la sinistra non c’è, e purtroppo non c’è, proviamo a farla rinascere dalla risposta da costruire alla crisi, oltre che da una ripresa della presenza nei movimenti.
PER UNA MOLTIPLICAZIONE
DELLE INDIPENDENZE
Ma quale tipo di presenza? La domanda non è affatto peregrina. Il cambiamento rispetto al passato, anche recente, non potrebbe essere più grande. Da un lato non c’è più la sinistra (hai detto una briscola), dall’altro, dall’altro, la novità non è meno significativa.
Se questo del vuoto della sinistra è un tratto drammaticamente nuovo in una parte rilevante dell’Europa continentale, l’altra novità è costituita dalle caratteristiche dei movimenti che si sono presentati sulla scena negli ultimi mesi, specie in Italia. Credo si possa parlare di movimenti di indipendenza sociale o sociopolitica, di movimenti di contrasto che nascono, crescono e si esprimono negando ogni loro rappresentabilità. Questa caratteristica è espressione, insieme, di un vuoto (la sinistra politica) e di un pieno, come nel caso della scuola dove le diverse realtà e soggettività che la compongono si sono costituite in unità sulla base del comune apprezzamento di valore dell’esperienza in essa prevalente e di un bisogno unitariamente accumulatosi, il ruolo formativo ed educativo della scuola pubblica repubblicana. Si tratta, come si vede, di una intrinseca politicità del fare movimento che, per altro, diversamente da tutti i movimenti che lo hanno preceduto, evita ogni tipo di rapporto con la rappresentazione e con le forze politiche organizzate (sindacato, compreso) sia perché teme di esserne inquinato e diviso, sia perché non crede alla possibile efficacia dell’alleanza tra i due momenti, quello del movimento nella società, e quello della politica (a partire da quella della sinistra) nelle istituzioni. Dell’altra faccia della politica, quella nella società, il movimento ha tutta l’aria di dire, come l’Aretino, “non la conosco”. La chance e il problema sono, mi sembra, entrambi abbastanza evidenti. Ad animare il movimento della scuola (attenzione, non “per la” e nemmeno “nella”, ma “della”) è stato un soggetto sociale plurale e complesso le cui componenti principali, insegnanti e studenti, sono stati altre volte in conflitto, e nella quale ha svolto un ruolo di primo piano, diversamente dal passato, l’esperienza della scuola elementare…. Per sua esplicita scelta questo non si pone esplicitamente come un movimento di sinistra, come lo sono stati invece, nel loro prevalente, i movimenti che hanno attraversato la storia del paese. Ma i suoi contenuti, quelli che sono emersi nelle assemblee, nei seminari, nelle manifestazioni, sono indubbiamente gli stessi che dovrebbero animare una collocazione di sinistra nella società. Il fatto è che il clivage sinistra/destra, ma anche quello basso/alto della società, sono sussunti, stravolti e scomposti da un movimento che ce li restituisce in termini che richiedono un riposizionamento, anzi, a dire il vero, una reinvenzione della sinistra politica, affinché quei nessi tra la società e la politica che consentono di agire il cambiamento, la trasformazione, possano ricostituirsi. Questo moto indipendentista sta mettendo radici nell’Italia di oggi, tanto da investire non solo un movimento nascente ma persino la più classica delle forme di lotta del movimento operaio, lo sciopero generale, e la più antica organizzazione sociale e politica del paese, la CGIL. Uno sciopero generale così non si era mai visto. Proclamato dalla sola CGIL, difficile sia per ragioni oggettive (l’aggravarsi della recessione, il ricatto occupazionale, la diffusa precarietà) che soggettive (la sfiducia nella politica e la divisione sindacale), è stato uno sciopero popolarissimo. Il lavoratore che non se l’è sentita di scioperare ha solidarizzato con chi ha scioperato, ne ha condiviso la scelta, si è identificato con lui. Del resto, la stessa adesione allo sciopero è stata un risultato buono e importante. Eppure mai così drammatico è stato il deserto politico che l’ha circondato. Credo sia la prima volta che la CGIL affronta uno sciopero generale senza disporre del consenso dichiarato e del sostegno del principale partito di opposizione. Sono il pieno e il vuoto che spingono persino il principale e più politicizzato sindacato del paese ad una manifestazione di indipendenza e che spingono un’area vasta, la più vasta che l’Italia conosca, di attivisti, di militanti a contare solo sulle proprie forze, a forzare nella direzione della separazione dalla politica organizzata, dai partiti, dalla sinistra. Lo sciopero generale dell’indipendenza della CGIL. Il rischio è alto (rispetto alla tenuta), la sfida è assai impegnativa (si tratta di ricostruire l’autonomia dell’azione collettiva, del conflitto, la libertà di scegliere il conflitto da parte del lavoratore e di definire una piattaforma rivendicativa, sociale ed economica capace di fronteggiare la crisi). Ma per affrontarla, nell’attuale stato della sinistra, l’indipendenza dello sciopero generale deve probabilmente inoltrarsi anche su altri non facili sentieri.
Intanto, su un terreno tutt’affatto diverso sia dal movimento della scuola che dallo sciopero generale della CGIL, sono esplose rivolte generazionali e/o critiche che vanno dai beurs delle banlieues parigine agli scontri che hanno visto protagonisti i giovani greci ad Atene, rivolte che indicano fin dove è giunta la crisi della coesione sociale e dove e come possono partire le ribellioni contro uno Stato che si presenta a quei giovani solo con il volto della repressione e sempre per sancire la diseguaglianza e l’esclusione. Non si può dire che abbiano incontrato la politica e neppure l’organizzazione di una ricerca e di una riflessione adeguata. Qui c’è un’indipendenza subìta. Come si vede, le condizioni sono le più distanti e le situazioni prese in esame le più diverse, eppure a me sembra di vedere emergere una nuova propensione, quella all’indipendenza dei movimenti. Proverei ad indagare le movenze per capire, nel caso sia così, se non si tratti di uno stato, pur ora necessitato, che però può diventare virtuoso. Due mi sembrano le condizioni ambientali che ne favoriscono la diffusione. La prima è l’inesistenza o l’inconsistenza o l’impotenza della sinistra politica. La seconda deriva dal fatto che il consenso politico alla destra e allo stesso governo della destra non impedisce affatto l’insorgere nella società di forti movimenti di opposizione sociale o generazionale o di altra natura. Il consenso di opinione al governo non dà luogo alla pace sociale. Di più, neppure l’egemonia della rivoluzione conservatrice dà luogo alla pace sociale. Ma, e qui sta il nuovo gigantesco problema, questi moti di opposizione, pur anche capaci di ottenere risultati parziali, non possono riuscire a determinare le basi per un’uscita dal ciclo lungo della grande controriforma. Tuttavia la soluzione non può trovarsi nella ricostruzione del classico rapporto tra politica e società, tra partiti (della sinistra) e movimento. Una storia è finita. Mi pare impossibile tornare a quell’autonomia così preziosa per i movimenti quando il movimento operaio operava per favorirne l’ascesa e i grandi soggetti organizzati erano i canali della partecipazione delle masse alla politica. Non c’è più la materia su cui quella grande storia si è sviluppata. Siamo oltre anche la stagione del movimento dei movimenti, quello della più recente grande occasione. Dallo sfondo, mentre lo scontro di classe si è rovesciato, sono emersi nuovi linguaggi, anche in tecnologie di comunicazione, oltreché forme di espressione e di manifestazione di nuove culture, idee di sé e dell’altro, vere e proprie antropologie culturali che vanno riacchiappate dentro il tentativo di costruire un nuovo movimento operaio. Ma come? Forse invece che contrastare le forme di indipendenza in nome di un ritorno ad un sistema centralizzato, bisogna acquisire la consapevolezza che la critica al capitalismo e la rinascita di una sinistra anticapitalistica, quella dell’eguaglianza oltreché della libertà, passano oggi per la moltiplicazione delle indipendenze. Ci sarebbe allora da far vivere non solo nella società civile ma anche in quella politica e sociopolitica, l’indipendenza, al fine di imparare le lingue dell’autogoverno, del saper fare, di un saper fare diverso dal mercato e dalla mercificazione. Se la rete mondiale per un altro mondo possibile è stata la scommessa acutamente avanzata ma non vinta dal movimento altermondista (e da noi con esso), bisognerebbe provare ora a far vivere e a costruire, dopo la grande sconfitta e per evitare la cancellazione in Europa per un lungo periodo della sinistra, una costellazione di esperienze critiche (sul piano della ricerca teorica, come della pratica sociale, come della ricerca delle connessioni necessarie) da cui possono nascere i materiali di una nuova sinistra europea. Un processo costituente di una nuova sinistra anticapitalista può accompagnare questa impresa e da questa prendere forza per non abbandonare il terreno di lotta, sempre più impervio, ma pur sempre necessario, della democrazia rappresentativa. Ma bisogna prendere atto fino in fondo, della irreversibilità della crisi di questa sinistra, per come l’abbiamo conosciuta e vissuta. Se la crisi del capitalismo finanziario globalizzato non gli ha restituito parola e protagonismo, se la nascita di moti sociali indipendentisti non l’hanno rianimata vuol dire che la ragione della crisi è di fondo.
Per la sua rinascita, di cui c’è un bisogno estremo, non resta che, come diceva il navigatore, “buscar el Levante por el Ponente”.
Ampio stralcio dell’editoriale di Fausto Bertinotti, che aprirà il numero 8 della rivista "Alternative per il socialismo".
giovedì 22 gennaio 2009
Livorno : omicidio o suicidio ?
L'articolo di Giuseppe Prestipino, dal titolo “ Chi ha ucciso Livorno? Craxi proudhoniano “ pubblicato su Liberazione del 21/01/2009 tocca dei punti molti importanti circa la complessa storia del movimento operaio italiano, definita “storia dell'opposizione politico-sociale” e ci fornisce lo spunto per cercare di riequilibrare la storia della sinistra italiana, forse troppo spesso sbilanciata verso il Partito Comunista. Il nostro approccio non è mosso da una sorta di revisionismo “anti-comunista ”, ma dalla convinzione che il ruolo dei socialisti e del Partito Socialista Italiano è spesso messo in secondo piano da molta parte della sinistra italiana. Nel nostro piccolo, cerchiamo di ridare valore alle positive esperienze del socialismo e dei socialisti in Italia, partendo anche dagli spunti che questo articolo ci offre.
L'autore divide la storia del movimento operaio in quattro fasi : la prima, dai moti contadini meridionali della fine dell'ottocento dall'alba del movimento cooperativo fino all'Ottobre; la seconda, quella degli anni della lotta clandestina antifascista “ comunista ma anche socialista... “; la terza è quella della “ democrazia organizzata “ in un partito comunista di massa, che applica le idee gramsciane( graduale conquista di casematte e “guerra di posizione “ ). La quarta infine, legata ai movimenti del biennio '68/69.
Condivisibile la divisione da lui fatta, le quattro fasi cosi delineate sono esatte. Meno condivisibile è lo scopo che l'articolo si prefigge, cioè dare una spiegazione alla crisi dell' “idea comunista “. Trovare un colpevole, insomma.
Sin dalla breve descrizione delle quattro fasi, è evidente come Prestipino tenda a sminuire il ruolo dei socialisti nella storia del movimento operaio in Italia, ovviamente a favore del movimento comunista.
Nella prima fase, è evidente come il vento socialista sia stato forte nei luoghi di lotta, in Puglia, in Lucania, dalle insurrezioni siciliane ai primi tentativi di organizzarsi, con la nascita del Partito Socialista Rivoluzionario Romagnolo nel nord d'Italia. Tra le tante correnti, anarchiche, mutualistiche, rivoluzionarie, “riformiste” ( nell'accezione originaria del termine ).
Questa è la base politico-culturale, storica, dell'opposizione politico-sociale in Italia. Una via italiana al socialismo in nuce, ben lontana dalle vie nazionali al socialismo di pochi decenni dopo. Era sì variegata, come variegata era ( è ) la realtà italiana, , non monolitica e libera da condizionamenti esterni, seppur con limiti, ingenuità, contraddizioni. Purtroppo questa base culturale, queste esperienze saranno successivamente poco valorizzate, poco studiate.
La vera chiave di svolta ci sarà con il fascismo, risposta estrema del capitalismo ad una sua probabile forte crisi.
Livorno è passata, ma per il fascismo i principali nemici sono i socialisti. Non ripercorriamo in questa sede quanto i socialisti hanno pagato durante il fascismo. Sicuramente è stato più facile per gli uomini di Mussolini colpire i dirigenti e i militanti socialisti : maggiormente radicati e quindi più facilmente identificabili. Ma il regime vedeva nel Partito Socialista un forte nemico e pericolo politico. Non che il PCdI non lo fosse, il sacrificio pagato da Gramsci e da tutti i militanti comunisti è riconosciuto e incontestabile. Ma non può questo sminuire il ruolo del socialismo italiano nella lotta antifascista.
La perdita della più parte dei dirigenti durante il ventennio sarà una ferita difficilmente sanabile per il PSI. I comunisti, abili nel rifugiarsi all'estero – forti anche di una efficace rete internazionale e di appoggio a vario modo da parte dell'URSS – si sono ritrovati nel primo dopo guerra con lo stato maggiore del partito meno colpito di quello dei “cugini “ socialisti. La “terza fase” vede quindi, i partire i socialisti italiani con una sorta di handicap anche per questo. Successivamente, ci sarà quello che può essere considerato come l'errore “storico” dei socialisti : il fronte unico elettorale con i comunisti nel '48. La maggiore organizzazione comunista viene premiata e il risultato provocherà non pochi malumori e scoraggiamenti tra le file socialiste, anche perché la discussione che portò all'appoggio alla proposta di Nenni fu molto accesa e vide oltre all'appoggio passivo di Lelio Basso, la fortissima contrarietà di Sandro Pertini.
Da questo momento, l'organizzazione comunista avrà la meglio, riuscendo a radicare il partito, a trovare nuove forme di conquista egemonica di settori della società, a fidelizzare i militanti ( forse anche “troppo”, sacrificando non poco la democrazia e la discussione interna ).
Il PSI, nonostante l'eccellente lavoro organizzativo da parte di figure come Rodolfo Morandi, per sua stessa natura – libertaria e dai tratti spesso troppo anarchici – pagò le divisioni interne e troppo spesso la sua storia è stata una storia di scissioni, di gruppi dirigenti in forte contrasto tra loro.
E' a questo punto che Prestipino sostiene che ci sia il vero atto di nascita del PCI : le lotte per i decreti Gullo e la battaglia per la Costituzione, individuando in Togliatti e in Terracini i simboli di tali battaglie. Condividiamo questa tesi, anche se non riusciamo a slegarla dalla “ svolta di Salerno “ e dalla prospettiva che essa comportava.
Con la descrizione della quarta fase, Prestipino si limita all'analisi del movimento operaio nella sua accezione sessantottina, in tutte le sue varianti e quindi in tutte le sue conseguenze : dalla conquista di nuovi spazi democratici al fatto che parte di quegli intellettuali ha avuto percorsi tra i più diversi, dalla scelta sciagurata della lotta armata allo spostamento radicale di schieramento politico.
Tutte queste fasi, tutta questa analisi, finanche una discussione tra lo storicismo di Gramsci e di Croce serve all'autore per arrivare alla conclusione che il socialismo italiano – evidentemente da Prestipino ridotto solo al periodo craxiano, ha coperto uno spazio minimo nella storia della sinistra italiana e che il fallimento dell'idea comunista si deve non tanto ai comunisti stessi e ai tanti errori politici da loro commessi, ma al Craxi che a metà del 1978 rivaluta Proudhon. Come se non fossero esistite le tante conquiste e le tante lotte dei socialisti italiani : il sacrificio di Matteotti e di tanti socialisti durante il fascismo, le battaglie e le tante, troppe vittime socialiste contro la mafia, un nome su tutti quello di Placido Rizzotto, la nascita del centro-sinistra, che evita una possibile forte svolta a destra del governo italiano, le conquiste sulla scuola con Tristano Codignola, le nazionalizzazioni di settori strategici dell'industria fortemente volute da Riccardo Lombardi, lo statuto dei lavoratori, con Giacomo Brodolini, le battaglie sui diritti civili e tanto altro.
E soprattutto, come se non fosse esistita la de-comunistizzazione interna del PCI ( quella che ha portato quei dirigenti alla nascita del PD ), slegata da Craxi ma forse in parte influenzata, ma legata soprattutto al fallimento internazionale del movimento comunista, che non nasce nel '89 ma molto prima, evidentemente. Che passa per l'Ungheria, per Praga, per la mancanza di diritti nell'intero blocco sovietico, per il fallimento economico di quei paesi.
La risposta, alla domanda “ Chi ha ucciso Livorno ? “, titolo dell'articolo è per Prestipino, il Craxi proudhoniano. Su Livorno, probabilmente sarebbe giusto chiedersi cosa sarebbe successo se non ci fosse stata quella divisione, ma non è questa la sede per questa pur importante discussione.
Nel 1978, quando Craxi inizia una forte operazione culturale nel PSI - a nostro modo di vedere con luci ( poche ) e ombre ( molte ) - nel tentativo di dare all'Italia una prospettiva altra rispetto alle socialdemocrazie ma anche rispetto alla prospettiva comunista all'alba del suo declino, porta nei fatti ad un indebolimento in prospettiva della sinistra in Italia. A questo punto è troppo tardi, gli errori compiuti dai due gruppi dirigenti sono “storici “, ne stiamo pagando ancora adesso le conseguenze e non sappiamo per quanto tempo. Nel momento in cui era necessario, per le sorti del movimento operaio italiano ( in senso lato ) che i due principali partiti della sinistra superassero loro stessi, riconoscessero il ruolo positivo svolto per dare vita ad una forza autonoma rispetto all'esterno ( URSS ) ma non moderata, connotata da una forte moralità culturale e nel contempo da una forte autonomia rispetto al mondo cattolico.
Citiamo un comunista, Giorgio Amendola : “ ..Ora l’esigenza di un partito unico della classe operaia italiana nasce da una constatazione critica: nessuna delle due soluzioni prospettate alla classe operaia dei paesi capitalistici dell’Europa occidentale negli ultimi 50 anni, la soluzione socialdemocratica e la soluzione comunista, si è rivelata fino ad ora valida al fine di realizzare una trasformazione. In Italia l’unificazione non si può fare né su posizioni socialdemocratiche né su quelle comuniste. Non si può a causa dei rapporti di forza, e non si deve, se vogliamo creare un partito nuovo. "
Oggi purtroppo, la sinistra è relegata ( speriamo momentaneamente ) ad un ruolo marginale, oltre che per le tante - e spesso ridicole - divisioni, anche per i suoi errori “storici”. Importante è analizzarli, farne tesoro e non per una volontà di rivalsa o peggio per la ricerca di un alibi,. Ma se si continua su questa strada, sul non riconoscere i propri rispettivi errori e non riconoscere i rispetti lati positivi e soprattutto se non si riesce a dare una nuova prospettiva, tattica e strategica, politica e culturale per il futuro, la strada sarà molto, ma molto in salita.
Sinistra Socialista
martedì 20 gennaio 2009
Notizie dal Vansterpartiet - Partito della Sinistra ( Svezia )

Sabato 10 gennaio si sono raccolte decine di migliaia di persone in tutta la Svezia per mostrare il loro sostegno per il popolo palestinese.
A Stoccolma si sono radunate 12000 persone, a Göteborg e Malmö raccolte circa 4000 persone e in Umeå e Västerås quasi 1000.
Il Partito della Sinistra svedese chiede con forza che Israele interrompa immediatamente gli attacchi su Gaza e che liberi l'attraversamento delle frontiere di Gaza in modo che la popolazione possa avere accesso ai medicinali e cibo. Chiede inoltre che il governo svedese eserciti pressioni su Israele affinchè venga rispettato il diritto internazionale e i diritti umani.
Il tempo per la sola condanna verbale è finito, Israele attua una chiara violazione dei diritti umani e del diritto internazionale. La Svezia e l'Unione europea devono agire immediatamente per rompere l'attuale accordo di libero scambio tra l'Unione europea e Israele e il congelamento dei negoziati,necessari chiarimenti circa la cooperazione tra l'UE e Israele.
Il Partito della Sinistra svedese esige anche che la Svezia rompere immediatamente la sua cooperazione militare con Israele. Ora è giunto il momento di smettere di fermare l'occupazione israeliana e l'aggressione al popolo palestinese.
lunedì 5 gennaio 2009
Lettera da Gaza ad un mondo che non sa ascoltare
E leggerò sui vostri giornali, domani, che tutto questo è solo un attacco preventivo, solo legittimo, inviolabile diritto di autodifesa. La quarta potenza militare al mondo, i suoi muscoli nucleari contro razzi di latta, e cartapesta e disperazione. E mi sarà precisato naturalmente, che no, questo non è un attacco contro i civili - e d’altra parte, ma come potrebbe mai esserlo, se tre uomini che chiacchierano di Palestina, qui all’angolo della strada, sono per le leggi israeliane un nucleo di resistenza, e dunque un gruppo illegale, una forza combattente? - se nei documenti ufficiali siamo marchiati come entità nemica, e senza più il minimo argine etico, il cancro di Israele? Se l’obiettivo è sradicare Hamas - tutto questo rafforza Hamas. Arrivate a bordo dei caccia a esportare la retorica della democrazia, a bordo dei caccia tornate poi a strangolare l’esercizio della democrazia - ma quale altra opzione rimane? Non lasciate che vi esploda addosso improvvisa. Non è il fondamentalismo, a essere bombardato in questo momento, ma tutto quello che qui si oppone al fondamentalismo. Tutto quello che a questa ferocia indistinta non restituisce gratuito un odio uguale e contrario, ma una parola scalza di dialogo, la lucidità di ragionare il coraggio di disertare - non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l’altra Palestina, terza e diversa, mentre schiva missili stretta tra la complicità di Fatah e la miopia di Hamas. Stava per assassinarmi per autodifesa, ho dovuto assassinarlo per autodifesa - la racconteranno così, un giorno i sopravvissuti.
E leggerò sui vostri giornali, domani, che è impossibile qualsiasi processo di pace, gli israeliani, purtroppo, non hanno qualcuno con cui parlare. E effettivamente - e ma come potrebbero mai averlo, trincerati dietro otto metri di cemento di Muro? E soprattutto - perché mai dovrebbero averlo, se la Road Map è solo l’ennesima arma di distrazione di massa per l’opinione pubblica internazionale? Quattro pagine in cui a noi per esempio, si chiede di fermare gli attacchi terroristici, e in cambio, si dice, Israele non intraprenderà alcuna azione che possa minare la fiducia tra le parti, come - testuale - gli attacchi contro i civili. Assassinare civili non mina la fiducia, mina il diritto, è un crimine di guerra non una questione di cortesia. E se Annapolis è un processo di pace, mentre l’unica mappa che procede sono qui intanto le terre confiscate, gli ulivi spianati le case demolite, gli insediamenti allargati - perché allora non è processo di pace la proposta saudita? La fine dell’occupazione, in cambio del riconoscimento da parte di tutti gli stati arabi. Possiamo avere se non altro un segno di reazione? Qualcuno, lì, per caso ascolta, dall’altro lato del Muro?
Ma sto qui a raccontarvi vento. Perché leggerò solo un rigo domani, sui vostri giornali e solo domani, poi leggerò solo, ancora, l’indifferenza. Ed è solo questo che sento, mentre gli F16 sorvolano la mia solitudine, verso centinaia di danni collaterali che io conosco nome a nome, vita a vita - solo una vertigine di infinito abbandono e smarrimento. Europei, americani e anche gli arabi - perché dove è finita la sovranità egiziana, al varco di Rafah, la morale egiziana, al sigillo di Rafah? - siamo semplicemente soli. Sfilate qui, delegazione dopo delegazione - e parlando, avrebbe detto Garcia Lorca, le parole restano nell’aria, come sugheri sull’acqua. Offrite aiuti umanitari, ma non siamo mendicanti, vogliamo dignità libertà, frontiere aperte, non chiediamo favori, rivendichiamo diritti. E invece arrivate, indignati e partecipi, domandate cosa potete fare per noi. Una scuola?, una clinica forse? delle borse di studio? E tentiamo ogni volta di convincervi - no, non la generosa solidarietà, insegnava Bobbio, solo la severa giustizia - sanzioni, sanzioni contro Israele. Ma rispondete - e neutrali ogni volta, e dunque partecipi dello squilibrio, partigiani dei vincitori - no, sarebbe antisemita. Ma chi è più antisemita, chi ha viziato Israele passo a passo per sessant’anni, fino a sfigurarlo nel paese più pericoloso al mondo per gli ebrei, o chi lo avverte che un Muro marca un ghetto da entrambi i lati? Rileggere Hannah Arendt è forse antisemita, oggi che siamo noi palestinesi la sua schiuma della terra, è antisemita tornare a illuminare le sue pagine sul potere e la violenza, sull’ultima razza soggetta al colonialismo britannico, che sarebbero stati infine gli inglesi stessi? No, non è antisemitismo, ma l’esatto opposto, sostenere i tanti israeliani che tentano di scampare a una nakbah chiamata sionismo. Perché non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l’altro Israele, terzo e diverso, mentre schiva il pensiero unico stretto tra la complicità della sinistra e la miopia della destra.
So quello che leggerò, domani, sui vostri giornali. Ma nessuna autodifesa, nessuna esigenza di sicurezza. Tutto questo si chiama solo apartheid - e genocidio. Perché non importa che le politiche israeliane, tecnicamente, calzino oppure no al millimetro le definizioni delicatamente cesellate dal diritto internazionale, il suo aristocratico formalismo, la sua pretesa oggettività non sono che l’ennesimo collateralismo, qui, che asseconda e moltiplica la forza dei vincitori. La benzina di questi aerei è la vostra neutralità, è il vostro silenzio, il suono di queste esplosioni. Qualcuno si sentì berlinese, davanti a un altro Muro. Quanti altri morti, per sentirvi cittadini di Gaza?
Ramallah, 27 dicembre 2008
lunedì 22 dicembre 2008
Il parlamento europeo, con il voto del 17 dicembre, ha bloccato la direttiva sull'orario di lavoro.
22/12/2008 - E' stata così cancellata la possibilità di prorogare fino alle 65 ore settimanali l'orario di lavoro, confermando le 48, ed è stata bocciata l'estensione dell'opting-out, cioé il prolungamento dell'orario di lavoro anche con accordi individuali.
Noi consideriamo eccessive le 48 ore settimanali, e nel programma di Sinistra europea si propone il tetto massimo delle 40 ore, in considerazione di un'esigenza che riguarda la vita dei lavoratori e delle lavoratrici, e anche della necessità di redistribuire il lavoro, nel pieno di una crisi economica e finanziaria che già cancella milioni di posti.
Tuttavia, è importante sottolineare il valore politico di questa vittoria delle lotte e della democrazia.
Innanzitutto perché il giorno prima, il 16 a Strasburgo, si è svolta una manifestazione indetta dalla CES, la Confederazione Europea dei Sindacati, che ha visto sfilare migliaia di lavoratori e lavoratrici provenienti da molti paesi europei. Tra l'altro, va sottolineato l'impegno dei rappresentanti sindacali italiani, in particolare della Cgil, che si sono spesi per l'indizione della manifestazione e per interloquire con i parlamentari europei.
Ed è importante, soprattutto di questi tempi, che una lotta non facile ottenga immediatamente un risultato.
Inoltre, va sottolineato che il confronto tra i diversi gruppi, in particolare l'impegno del GUE (del quale fa parte Sinistra europea) nel rapporto con i Socialisti, ha consentito di costruire una larga convergenza che ha modificato in profondità il testo proposto dalla Commissione Europea e dal Consiglio.
Anche questo aspetto merita di essere sottolineato, considerato che da tempo, nella maggior parte dei paesi europei, i governi si mostrano impermeabili alle richieste e alle lotte dei lavoratori e dei movimenti.
Si potrebbe dire che, quando i deputati sono liberi da vincoli di governo o di coalizione, sono più liberi e disponibili ad un vero confronto di merito, e dunque, nonostante i poteri limitati del parlamento europeo, quest'ultimo può essere più accessibile ed efficace delle assemblee nazionali.
Per ultimo, vale la pena di sottolineare che i processi di individualizzazione del rapporto di lavoro sono ben lontani dall'essere battuti ma che, a livello europeo, sono stati in parte mitigati e frenati.
Il diritto dei lavoratori ad auto organizzarsi e il ruolo dei sindacati rimangono al centro dello scontro con il padronato e i governi, che vorrebbero approfittare della crisi economica.
Anche la direttiva sull'orario di lavoro, nel testo sottoposto al parlamento europeo, consentiva di portare un profondo attacco alle organizzazioni sindacali e ai contratti collettivi nazionali di lavoro. Questo tentativo è stato in questo caso bloccato.
Ma è importante, non solo non abbassare la guardia, ma approfittare di un risultato positivo per chiarire i termini dello scontro in atto e, progressivamente, lavorare per una piattaforma che possa unificare i lavoratori e le lavoratrici europei, che vivono ormai una realtà frammentata nel mercato del lavoro e una condizione di precarietà.
Il lavoro deve tornare ad essere una questione politica, e questo rappresenta la sfida più importante per la sinistra in Europa.
martedì 16 dicembre 2008
Elezioni regionali in Abruzzo
Innanzitutto, come da previsioni, ha vinto la destra. E questo risultato è stato ovvio ,se consideriamo almeno 3 elementi. Il primo, è che il vento di destra ancora soffia forte nel nostro paese, la voglia di uscire da destra, da questa forte crisi economica ( oltre ad una sempre più chiara vittoria di una certa cultura di destra ).
Secondo, le recenti vicende giudiziarie hanno pesato non poco, forte è stata la campagna contro il centrosinistra ( specificatamente contro il Pd ), figlia di una cultura giustizialista, che giudica prima dei giudici.
Terzo, a nostro giudizio, per la prima volta l'astensionismo danneggia la sinistra. Questo dato si intreccia con i primi due punti. La disillusione nei confronti di questo centrosinistra è ancora forte e in buona parte questo "popolo" si esprime non votando( e in parte dirottando i voti verso Di Pietro ). Sicuramente non tutta l'astensione che c'è stata è da leggere con questa chiave : hanno sicuramente influito la generale disillusione dopo gli arresti, il fatto che non c'era un "traino" nazionale ( dato che il voto era solo in Abruzzo ) e non ultime le rigide condizioni climatiche.
Fortissimo il tracollo del Pd, che ha subìto la "questione morale ", ha subito un IdV aggressiva, mediaticamente molto supportata ( sia a livello locale che a livello nazionale ) e che paga la lotta intestina in atto. Si potrebbe dire che, una certa classe politica, dopo aver sfruttato Di Pietro contro qualcuno, adesso lo subisce.
Noi rimaniamo sempre molto critici con il populismo opportunistico del ex magistrato.
Quanto alle sinistre, il risultato complessivo è abbastanza positivo. Le liste de La Sinistra ( Sd + Verdi ), Pdci, Rifondazione ottengono quasi il 7 %, a fronte del 3,2 della Sinistra Arcobaleno e soprattutto, in termini di voti assoluti ottengono oltre 37000 voti a fronte dei 26000 della Sinistra Arcobaleno ( con una platea di votanti notevolmente più bassa in questa tornata elettorale).
Questo è il dato davvero positivo. Questo dato ci dice che il nostro popolo ancora c'è e ha voglia di reagire. Se consideriamo anche la piccola crescita del Partito Socialista ( con il quale su diversi temi è necessaria l'interlocuzione ) la situazione a sinistra del Pd è tutt'altro che morta.
A questo punto, che fare ? Una facile proposta sarebbe quella dell'unire i partiti. Cioè una nuova Sinistra Arcobaleno. Noi crediamo che questo sarebbe un errore. Come lo fu la SA, assemblaggio a freddo mal digerito da tutti. In politica, come già detto, l'1 più 1 non fa mai 2. Divisi si ottiene, in determinate situazioni elettorali, di più.
L'obiettivo dell'unità deve essere perseguito ma ad esempio, con questo risultato alle elezioni europee si eleggerebbero diversi europarlamentari. Quello che serve però, quello di cui la Sinistra ha fortemente bisogno, è l'unità d'azione, sui contenuti. Solo se si crea questa condizione la Sinistra potrà riacquistare credibilità e quindi maggiore forza. Purtroppo, oggi la fanno ancora da padrone discorsi e battaglie su nuovi partiti, scissioni, scontri più o meno violenti ( in diversi casi anche comprensibili ) tra gruppi dirigenti, di tutto si parla fuorchè di ciò che c'è da fare. E strumentalmente, questo vuoto viene colmato da Di Pietro. Va formalizzato un coordinamento delle forze della Sinistra, tra Pdci, Sd, Verdi, Prc e se ci sta anche il Ps. Si marcia divisi ma per obiettivi comuni. Ciascuno sceglierà la propria collocazione, ma gli obiettivi concreti devono essere comuni.
Crediamo sia importante una interlocuzione con il Pd sulle questioni locali ( vedi le prossime amministrative ) per arginare ove possibile le destre, per mantenere un minimo spazio di agibilità politica, nonchè di visibilità. Anche per evitare possibili spostamenti a destra del Pd ( vedi alleanze con l'Udc ). Secondari devono essere gli obiettivi di lungo periodo, strategici, come l'unità dei comunisti ( obiettivo legittimo per chi si ritiene comunista ), come l'unità della Sinistra non comunista ecc. Se si perseguono solo questi parziali obiettivi, che evidenziano come spesso si confondono i mezzi con il fine, continueranno le lotte intestine e nel giro di poco tempo la Sinistra potrebbe entrare davvero in una crisi irreversibile.
Cerchiamo davvero di non farci del male.
Associazione Sinistra Socialista – Area Politico Culturale
mercoledì 10 dicembre 2008
Il debutto del Parti de Gauche

dal sito www.aprileonline.info
Nasce una nuova formazione a Sinistra che aspira a creare un fronte con il Partito comunista in vista delle elezioni europee, che potrebbe comprendere anche i Verdi ed il Nuovo Partito Anticapitalista. Base programmatica: il rifiuto del Trattato di Lisbona giudicato una degenerazione liberista. Un tentativo che considera in crisi le socialdemocrazie europee e il Psf, e che vede un modello nella Linke
Il 29 novembre scorso erano più di 3.000 a Saint Ouen - banlieue nord di Parigi - ad assistere al debutto del Parti de Gauche (Partito di Sinistra) da parte del senatore dell'Essonne Jean-Luc Mélanchon, uscito dal Partito Socialista con l'obiettivo dichiarato di ripetere l'exploit del partito tedesco Die Linke . A battezzare l'iniziativa era presente anche il leader del partito di oltre Reno, Oskar Lafontaine, giunto dalla Germania per partecipare all'avvenimento.
Il primo passo che la nuova formazione intende compiere è la creazione di un fronte di sinistra con il Partito comunista in vista delle elezioni europee, che potrebbe comprendere anche i Verdi ed il Nuovo Partito Anticapitalista, i cui congressi sono in corso di svolgimento (Verdi) o si svolgeranno a breve scadenza (Nuovo Partito Anticapitalista e Partito Comunista Francese). Base programmatica del fronte è il rifiuto del Trattato di Lisbona e della sua politica liberista.
L'ambizione del nuovo partito è quella di unire la sinistra ma anche di governare, realizzando un progetto capace di cambiare la vita della maggioranza dei cittadini e difendere la sovranità del popolo, la laicità delle istituzioni e l'interesse generale contro il produttivismo, oltre a voler far fronte alla crisi ecologica. In contrasto con la politica delle socialdemocrazie europee che hanno avallato il Trattato di Lisbona e rifiutano di mettere in discussione il capitalismo anche quando la sua irresponsabilità distruttrice contro la società umana e l'ecosistema è ormai evidente.
Si riapre dunque uno spazio a sinistra, una parte del Partito Socialista se ne allontana sotto lo sguardo attento di Unir, degli Alternatifs, di Mars o della redazione di Politis, di personalità del Partito Comunista Francese come Roland Muzeau, Patrick Braouzec, Dominique Grador o di Martine Billard, della sinistra dei Verdi.
Torna dunque la dinamica della campagna del NO di sinistra al Trattato Costituzionale Europeo: il rifiuto del capitalismo da parte del PG è netto, come è senza ambiguità la rottura con una socialdemocrazia la cui mutazione liberal-democratica si rivela irreversibile.
Molto resta da discutere perché il fronte di sinistra si realizzi, a cominciare dalla sua piattaforma che dovrebbe compattare, in vista delle elezioni europee di giugno 2009, i sostenitori di un'Europa al servizio dei popoli e dei lavoratori, il cui asse politico dovrebbe essere l'uscita dal Trattato di Lisbona in tutti i settori che quel testo codifica ma, per il momento, le dichiarazioni del portavoce della Ligue Communiste Révolutionnaire, Olivier Besancenot, appaiono inopportune e polemiche e quelle del suo leader storico, Alain Krivine, ricordano i momenti peggiori del tentativo abortito di arrivare ad una candidatura unitaria delle sinistre alle presidenziali 2007, quando la direzione nazionale della Ligue fece di tutto, contro il voto di una Conferenza nazionale, per imporre la candidatura solitaria di Besancenot.
Il Parti de Gauche intende rappresentare un'alternativa alla disgregazione della Sinistra confrontata a una Destra più pericolosa che mai nel momento in cui i suoi orientamenti liberisti crollano sotto l'impatto della crisi capitalista, contrastando la perennità del dominio del Partito Socialista di cui il recente congresso prova l'assoluta incapacità di tornare alle classi popolari.
La fondazione del Parti de Gauche testimonia che la frattura fra quanti sostengono la necessità di adattarsi all'ordine liberista e quanti sostengono quella di rompere con esso attraversa tutta la sinistra, fino allo stesso Partito Socialista e alle altre correnti organizzate del mondo del lavoro, mentre la crisi del sistema, attualmente in corso, determina una redistribuzione totale delle carte a sinistra, riaprendo il dibattito politico ed ideologico. Il problema di fondo resta la necessità, per ciò che resta della sinistra senza aggettivi, di aprire contraddizioni significative in quella parte della sua famiglia politica che è stata recuperata dall'ideologia e dal Potere o aspira a parteciparvi accettandone le regole, nessuna esclusa.
In Germania la sinistra ha saputo staccare dal corpaccione ormai inerte della socialdemocrazia tedesca una costola non secondaria - l'ex ministro dell'Economia Oskar Lafontaine, insieme a una parte consistente di quadri fortemente radicati nei sindacati tedeschi - fondando Die Linke su un progetto politico decoroso, se non entusiasmante. In Francia, dove c'è da salutare l'evidente ridinamizzazione del paesaggio politico di cui il PG è l'esempio più recente, la tendenza al Partito Democratico di tipo italiano rappresentata da Ségolène Royal o il ripiego identitario rappresentato da Martine Aubry appaiono ancora molto forti, l'ombra dei vecchi settarismi della LCR sembra proiettarsi sul Nuovo Partito Anticapitalista ed il vecchio PCF non sembra aver trovato al suo interno le risorse per contrastare il suo inarrestabile declino.
lunedì 8 dicembre 2008
Documento approvato alla sessione di Berlino della Sinistra Europea il 1° dicembre 2008
Traduzione a cura di Claudio Buttazzo per la redazione www.comunistinmovimento.it
L’Europa del 21° secolo ha bisogno di pace, democrazia, giustizia sociale e solidarietà.
Piattaforma del Partito della Sinistra europea per le elezioni al Parlamento europeo del 2009
Le elezioni per il Parlamento europeo del giugno 2009 saranno un’opportunità per cambiare i fondamenti dell’Unione europea e aprire una prospettiva nuova per l’Europa.
Siamo di fronte a una crisi finanziaria, economica e sociale, una crisi generale del sistema che cresce di giorno in giorno. Essa amplifica e aggrava la crisi alimentare, energetica e ambientale. Approfondisce il divario tra i sessi. Ha un impatto diretto sulla vita di tutti i popoli d’Europa e del mondo. Lo shock che essa provoca ovunque nell’Unione europea è enorme. La crisi è causata dalla globalizzazione neoliberista, cioè dall’ irresponsabile scelta delle élite politiche ed economiche per un capitalismo devastante, il cui prezzo viene pagato dalle popolazioni. Essa mette in pericolo la pace, la sicurezza e la coesistenza internazionale.
Il mondo è stato trascinato in questa crisi globale dalla politica economica degli Usa, in particolare dall’Amministrazione Bush.
La crisi dimostra ancora una volta il fallimento del neoliberismo, di una globalizzazione che ha massimizzato i profitti dei mercati finanziari, che sono stati i principali attori sulla scena globale senza alcun controllo e alcun intervento da parte degli Stati. La politica, gli Stati e le intere comunità sociali sono subordinati allo strapotere dei mercati finanziari. Il risultato è evidente: la mancanza di democrazia e la fine dello stato sociale.
Politiche di bassi salari e di precarizzazione del lavoro, come conseguenza delle misure deflazionistiche applicate dai governi dei paesi sviluppati, hanno messo a repentaglio il sistema finanziario e creditizio.
I governi, le istituzioni e gli organismi economici mondiali come il Fondo monetario internazionale hanno imposto politiche di privatizzazione e deregolamentazione.
Di conseguenza, sono chiamati in causa i fondamenti neoliberisti dei trattati Ue, in particolare la loro insistenza su un’ “economia di mercato aperta e di libera concorrenza”, la libera circolazione dei capitali, la liberalizzazione e privatizzazione dei servizi pubblici, lo status e la funzione della Banca centrale europea.
Questa crisi storica che colpisce il cuore del capitalismo ci impegna a sostenere la resistenza dei popoli e ad aprire una prospettiva di cambiamento per l’Europa. La Sinistra europea ritiene che una via d’uscita da questa crisi la si può trovare solo con la lotta per una società democratica e sociale in Europa: “Un Europa dei popoli, non delle banche”.
Questa crisi è anche politica. Il NO irlandese, francese e olandese al Trattato di Lisbona e alla Costituzione europea hanno dimostrato come un sempre maggior numero di persone in Europa disapprovano le politiche antidemocratiche e antisociali dell’ Unione europea. Esse guardano alla costruzione europea come a qualcosa di distante e incomprensibile, come a qualcosa che non le riguarda, che ignora le loro speranze e la loro effettiva situazione.
Ribadiamo il nostro NO al Trattato di Lisbona. L’espressione democratica della volontà popolare deve essere rispettata all’interno di un nuovo processo democratico basato sulla partecipazione attiva dei cittadini, dei popoli e dei parlamenti nazionali. La partecipazione democratica e i poteri parlamentari devono essere rafforzati attraverso norme sulle petizioni popolari, sull’ampliamento co-decisionale e più forti relazioni tra i parlamenti nazionali e il Parlamento europeo. I cittadini europei devono poter discutere e decidere su un’alternativa al Trattato di Lisbona.
L’Unione europea interferisce nella vita dei popoli d’Europa. A 15 anni dal Trattato di Maastricht prevalgono ancora gli orientamenti neoliberisti. La vita e le condizioni di lavoro della maggioranza della popolazione europea sono rapidamente peggiorati: prolungamento dell’orario di lavoro e della vita lavorativa, salari insufficienti, crescita della disoccupazione di lunga durata e giovanile, del lavoro precario, temporaneo e tirocini non retribuiti sono una scandalosa realtà. In generale, i servizi pubblici vengono utilizzati per il profitto. Tutto questo fa crescere la pressione psicologica e fisica, le malattie, la paura; si ha una perdita del senso di solidarietà e un aumento della violenza contro i più deboli nella società. La situazione degli immigrati nei paesi membri dell’Unione europea, come pure la stessa politica sull’immigrazione della Ue, riflettono drasticamente questo stato di cose.
Dall’altra parte, i profitti sono aumentati enormemente, i dirigenti percepiscono retribuzioni astronomiche, anche quando le loro azioni producono risultati negativi. I ricchi divengono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
Per quanto concerne i recenti avvenimenti in Europa, come il conflitto nel Caucaso,e gli sviluppi nel Kossovo, i trattati bilaterali con gli Usa per la costruzioni di basi militari statunitensi nell’Europa dell’Est e l’attuale corsa agli armamenti, è importante per l’Unione europea il rispetto del diritto internazionale e la ricerca di soluzioni politiche a qualunque conflitto.
La militarizzazione della politica estera di un’ Ue legata alla Nato deve essere sostituita da un altro concetto di sicurezza basato sulla pace, sul dialogo e sulla cooperazione internazionale.
Molta gente è delusa, frustrata dalle direzioni della politica europea. E tuttavia c’è anche tanta gente che lotta per la salvaguardia dei posti di lavoro e per la sicurezza sociale, per i servizi pubblici e per il proprio diritto a partecipare al processo di decisione politica. Lotta per una nuova politica, per il rispetto dei diritti sociali e individuali, per il rispetto dei diritti umani di chiunque viva sul territorio dell’Unione europea. L’immigrazione e il diritto d’asilo sono divenuti un problema urgente nella lotta politica. Così come va proseguita la lotta per la parità tra i sessi, per la democrazia, la giustizia e per il diritto di tutte le persone a vivere in dignità e solidarietà gli uni con gli altri.
L’Unione europea è più che mai di fronte a un bivio:
o essa continua nella sua attuale politica capitalistica, che sta alla base della crisi finanziaria, di sicurezza, alimentare ed energetica;
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oppure diventa uno spazio di sviluppo sostenibile, di giustizia sociale, di pace e cooperazione reciproca, di uguaglianza tra i sessi, di partecipazione democratica e di solidarietà, uno spazio nel quale l’antifascismo, la lotta contro il razzismo, per le libertà civili e i diritti umani siano una pratica comune.
La Sinistra europea chiede che questa Europa sia un’Europa pacifica e civile, la cui economia sia socialmente ed ecologicamente sostenibile e si sviluppi sulla base della democrazia e della solidarietà. Ciò richiede una nuova sinergia tra le forze sociali e politiche. Richiede idee, iniziative e un duro lavoro da parte dei soggetti politici e delle forze democratiche, dei sindacati e dei movimenti sociali, dei rappresentanti della società civile. Una lotta comune deve dispiegarsi sia nelle strade che nelle istituzioni.
Noi dobbiamo unificare i movimenti di lotta per la pace e contro la guerra con i movimenti no global, con il movimento di chi si batte contro la precarietà di lavoro e di vita, con le lotte dei lavoratori, delle donne e dei giovani.
Insieme con i rappresentati delle altre forze di orientamento socialista, comunista e della sinistra verde nordica abbiamo collaborato con successo all’interno del gruppo Gue/Ngl al Parlamento europeo. Il carattere pluralista di questo gruppo ha arricchito le capacità creative della sinistra di opposizione tra il 2004 e il 2009. Vogliamo sviluppare ulteriormente questa esperienza nel nuovo parlamento europeo.
Alla luce della crisi attuale, la Sinistra europea è tanto più chiamata a svolgere un ruolo efficace nella promozione di una comune azione politica contro l’egemonia culturale e politica della destra.
Le politiche neoliberiste dell’Unione europea sono state possibili, tra l’altro, da quella sorta di grande coalizione determinatasi nel Parlamento europeo tra le forze conservatrici e i partiti del socialismo europeo. Questa convergenza è la causa principale della crisi della politica sul piano europeo. Ciò crea grandi contraddizioni all’interno dei partiti socialdemocratici europei.
La Sinistra europea è in competizione nei confronti dei partiti conservatori e liberali, di quelli socialdemocratici e dei partiti dei Verdi nei singoli paesi membri e nei confronti dei corrispondenti partiti europei, i quali sostengono la logica delle odierne politiche europee.
La Sinistra europea si batte per un cambiamento e per conquistarsi uno spazio politico in Europa.
La Sinistra europea riafferma la propria lotta conseguente contro qualsiasi tentativo della destra estrema e populista di accrescere la propria influenza in Europa.
SUPERARE LA CRISI: LE PERSONE PRIMA DEI PROFITTI
Per un’economia sociale ed ecologica in Europa
La crisi richiede una risposta coordinata a livello internazionale ed europeo.
La Sinistra europea è sinonimo di una politica basata su uno sviluppo economico e sociale ed ecocompatibile. Una politica finalizzata alla difesa e allo sviluppo delle conquiste sociali.
Contrariamente a quanto sostenuto dalla strategia di Lisbona, noi ci adoperiamo per una strategia fondata sui valori di solidarietà e cooperazione, per la piena occupazione e un razionale rapporto con la natura. Ciò è possibile solo modificando le attuali regole del sistema economico e finanziario internazionale.
E’ necessario rifondare l’Unione europea sulla base di nuovi parametri, che si basino sulle persone e sui loro diritti e non sul profitto.
Noi sosteniamo che i lavoratori non devono pagare per la crisi, soprattutto nel mentre le banche e le finanze vengono salvate. La logica del G7 e dell’Unione europea si propongono di privatizzare i profitti e socializzare le perdite.
E tuttavia, anche l’attuale legislazione consente la spesa per un piano pubblico di investimenti in grado di sostenere l’occupazione e la ristrutturazione in senso ecologico dell’economia.
In materia di finanze, la crisi rende evidente il ruolo determinante delle politiche di credito. Il credito deve essere reindirizzato verso i settori produttivi dell’economia e della società, verso il lavoro, le priorità sociali e ambientali, a partire dalle città e dalle regioni fino alla Banca centrale europea. Per realizzare questo riorientamento del credito e del denaro, noi sosteniamo il controllo politico e sociale sul sistema bancario e finanziario.
Noi sosteniamo il diritto dei lavoratori e delle loro organizzazioni, così come degli eletti nelle istituzioni locali, al controllo sull’uso dei crediti e dei sussidi.
Noi critichiamo gli obiettivi e le politiche attuali della Banca centrale europea, la sua assoluta indipendenza da qualunque controllo politico, la mancanza di trasparenza nelle sue decisioni e nei suoi atti. Ribadiamo l’urgente necessità che la sua politica monetaria risponda agli obiettivi di una nuova crescita economica e occupazionale, che sono una priorità rispetto al contenimento dell’inflazione.
Di conseguenza, il ruolo della Banca centrale europea va cambiato in sintonia con i criteri di un nuovo sviluppo occupazionale, sociale ed ambientale, attraverso una riduzione selettiva dei suoi tassi di interesse. La Bce deve essere sottoposta al controllo pubblico e democratico. Il suo statuto va cambiato. Il patto di stabilità deve essere sostituito da un nuovo patto di solidarietà, incentrato sulla crescita, la piena occupazione, la tutela sociale e ambientale.
E’ necessario tassare le transazioni finanziarie e la rendita in Europa e di abolire i paradisi fiscali. E’ anche necessario introdurre una tassazione sui capitali speculativi al fine di alimentare la creazione di un fondo europeo. I movimenti di capitali e, in particolare, i profitti non direttamente collegati con gli investimenti e il commercio devono essere sottoposti a controllo e tassazione.
La Tobin tax può essere uno strumento per finanziare iniziative industriali innovative nei settori indicati dalle agenzie internazionali e delle Nazioni unite con l’obiettivo di ridurre le emissioni globali e aumentare i posti di lavoro. Questo fondo europeo essere sottoposto agli indirizzi e ai programmi del Parlamento europeo: una sorta di “nuovo patto verde” del Parlamento stesso.
I beni comuni e i settori strategici dell’economia, compreso il credito e il sistema finanziario, devono essere socializzati (nazionalizzati), mentre vi è la necessità di ricostruire un sistema generale di welfare su scala europea. La privatizzazione dei servizi pubblici deve essere invertita. E’ necessario aumentare il salario e il reddito dei lavoratori. C’è bisogno di armonizzare il sistema impositivo europeo sulla base del principio della progressività fiscale.
Per quanto riguarda i nuovi diritti e poteri dei lavoratori e dei cittadini, tali poteri e diritti dovrebbero consentire loro di rompere il monopolio delle decisioni che oggi appartengono solo al mercato, in modo da giungere a una vera e propria trasformazione del potere politico. La democrazia deve iniziare con la partecipazione dei cittadini e deve essere estesa a ogni sfera della vita sociale.
Occorre una nuova politica salariale. Vanno respinte le sentenze della Corte di giustizia europea che rappresentano un forte attacco ai contratti collettivi e ai diritti. Respingiamo la direttiva Ue che estende l’orario di lavoro fino a 65 ore settimanali e che consente la flessibilità totale e la parcellizzazione del lavoro.
Siamo per una legge che non consenta di superare un massimo di 40 ore settimanali. E di conseguenza andrebbero modificate tutte le leggi e disposizioni nazionali in materia di lavoro. L’obiettivo devono essere le 35 ore settimanali a livello europeo. Andrebbero, invece, conservate le legislazioni nazionali più avanzate in materia di lavoro. Chiediamo un salario minimo su base europea che corrisponda almeno al 60% del salario medio nazionale e che non si mettano a repentaglio i contratti collettivi.
Per garantire una vita dignitosa, è necessario un reddito minimo garantito per i disoccupati, come pure è necessaria una pensione minima legata al salario minimo e agganciata al costo della vita. L’età pensionabile dovrebbe essere flessibile, tenendo conto delle migliori normative esistenti in materia in alcuni paesi membri della Ue.
Chiediamo un rafforzamento del diritto al lavoro per i migranti, ovunque essi si trovino nell’Unione europea. Una legge sull’immigrazione dovrebbe concentrasi sugli interessi dei migranti e non sugli interessi delle imprese che sono in ce4rca di mano d’opera a basso costo e costringono milioni di lavoratori migranti a lavorare in nero. Respingiamo qualsiasi direttiva europea che imponga provvedimenti di espulsione. Quello di cui c’è bisogno è la concessione del permesso di soggiorno per chi è in cerca di lavoro.
Ci opponiamo alla strategia di Lisbona che contempla il concetto della cosiddetta “flexicurity”. Le nostre priorità sono la lotta contro la povertà, l’emarginazione sociale e la precarietà, per la piena occupazione con posti di lavoro regolari, con l’aumento dei salari, con pensioni e indennità sociali. Le tasse devono essere non solo sul reddito ma sul capitale, consentendo la massima redistribuzione.
L’istruzione, l’assistenza all’infanzia e le cure per gli adulti, in caso di malattia e di vecchiaia, la sanità, l’approvvigionamento idrico e lo smaltimento delle acque reflue, l’approvvigionamento energetico, i trasporti pubblici, i servizi postali, la cultura e lo sport di massa non sono beni commerciali, ma servizi pubblici di pertinenza dello Stato. Perciò essi non devono essere sottoposti a regime di concorrenza con il minimo di costi e il massimo di profitti. Ci opponiamo, pertanto, alla loro privatizzazione e chiediamo un’inversione di tendenza restituendo alla proprietà pubblica quei servizi che sono stati privatizzati.
Per noi questione ambientale e questione sociale sono collegate. Pertanto, l’attuale situazione di crisi economica e finanziaria ci pone di fronte alla sfida del cambiamento dei modi di produzione e di un loro riorientamento in senso ecologico.
Siamo a favore di un nuovo trattato internazionale sulla base della 4° relazione del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici e del piano di azione Ue 2007-2009. Chiediamo la piena applicazione di quanto sottoscritto dalla Ue in tutti i settori che riguardano il clima e le politiche energetiche.
I seguenti punti rappresentano i requisiti minimi per l’attuazione di tutti gli impegni sottoscritti in materia climatica:
riduzione delle emissioni globali del 30° entro il 2020 e di almeno il l’80% entro il 2050
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aumentare l’uso delle risorse energetiche rinnovabili di almeno il 25% ebtro il 2020
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riduzione del consumo totale di energia primaria del 25% entro il 2020 e aumento dell’efficienza energetica del 2% l’anno, fissando un limite di consumo pro capite
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introduzione di un obbligo di efficienza per l’industria
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le sovvenzioni Ue devono essere destinate al campo dell’efficienza energetica e delle energie rinnovabili.
Noi siamo contro la riduzione del Protocollo di Kyoto ad un sistema di mercanteggio delle quote di emissioni. E’ necessario stipulare un trattato di Kyoto 2 per darsi una nuova startegia globale che consenta la riduzione delle emissioni e rendere lo sviluppo più giusto e più sobrio. E’ necessario un nuovo paradigma basato sulla cooperazione e non sulla concorrenza, iniziando a trasferire tecnologia verso i paesi in via di sviluppo, finanziando le tecnologie pulite e le politiche di adattamento ai cambiamenti climatici.
L’acqua è una bene universale e l’accesso ad essa deve essere garantito come un diritto umano.
La protezione della natura e lo sviluppo delle risorse rinnovabili, la salvaguardia dei nostri beni paesaggistici, così come la garanzia dell’approvvigionamento alimentare, sono le sfide primarie che abbiado di fronte.
Chiediamo un’intesa per garantire il più elevato standard ambientali all’interno della Ue e per le biodiversità (iniziative concrete per la riduzione dei rifiuti, la protezione delle acque, contro la desertificazione attraverso strategie di salvaguardia del settore agricolo, per l’energia e la salvaguardia climatica).
Vogliamo impegnarci per una sostanziale revisione della politica agricola comune (Pac). Essa deve garantite a tutte le persone in tutto il mondo di poter decidere da sé sulla propria politica agricola, nel pieno rispetto dell’ambiente.
Ci opponiamo alle logiche neoliberiste in agricoltura. Va data priorità alla produzione agricola locale, alla qualità alimentare e l’abolizione dei vincoli per l’accesso dei prodotti al mercato mondiale.
L’acceso alla terra, alle sementi, all’acqua e al credito devono essere regolamentati attraverso una vera e propria riforma agraria in Europa e negli altri continenti.
Chiediamo una svolta nelle politiche agricole, con il sostegno alle biodiversità. Le sovvenzioni devono essere date con criteri economici, sociali e ambientali e non per favorire i profitti dei grandi produttori, ma favorendo le esigenze delle zone rurali, dei piccoli produttori, dei soggetti svantaggiati e delle zone di montagna.
Occorrono dei programmi di sviluppo dell’agricoltura biologica, vietando l’uso degli Ogm nella produzione agricola e alimentare, difendere e valorizzare la denominazione d’origine.
UN’ EUROPA DI PACE E COOPERAZIONE
Mai più una guerra dovrà partire dal suolo europeo La guerra non può essere considerata uno strumento della politica.
Il disarmo e la riconversione dell’industria bellica sono compiti di fondamentale importanza.
L’Agenzia europea di difesa va sostituita con un agenzia per il disarmo, per fermare la corsa agli armamenti, la proliferazione e il possesso di armi di distruzione di massa, così come la militarizzazione dello spazio e degli oceani, favorendo in tal senso la stipula di trattati di disarmo.
I conflitti che si manifestano nello spazio europeo richiedono la necessità della creazione di un nuovo sistema di sicurezza collettiva sul continente europeo.
Da crisi regionale il conflitto nel Caucaso si è trasformato in crisi internazionale, che ora coinvolge gli stessi Usa. L’Ue ha il dovere di adoperarsi per una soluzione politica del conflitto.
Al contempo, il dispiegamento delle forze Nato in Afghanistan e le crescenti richieste da parte degli Usa per un aumento della partecipazione europea al conflitto dimostrano il fallimento della strategia di intervento militare perseguita dall’Amministrazione Bush.
Ne emerge la crescente contraddizione tra gli interessi europei in materia di sicurezza e l’intervento militare nato con le sue strategie espansionistiche.
La Sinistra europea ribadisce la propria richiesta di scioglimento della Nato. Siamo contrari alla logica dei blocchi militari ed anche ai tentativi e alle politiche europee miranti alla creazione di strutture militari.
La sicurezza europea deve più che mai fondarsi sui principi della pace, del disarmo, entro il sistema Osca, in conformità col dirito internazionale e con i principi di un sistema riformato e democratizzato dell’Onu.
La Nato è uno strumento degli interessi degli Usa in Europa. La Nato ha continuato ad esistere anche dopo la fine della contrapposizione Est-Ovest. Non solo: essa è stata addirittura ampliata e trasformata in una strumento ancora più funzionale alle strategie egemoniche degli Usa. L’allargamento della Nato ad Est corrisponde proprio a queste logiche.
Gli accordi bilaterali con gli Usa per il raddoppio della base di Vicenza, così come con la Polonia e la repubblica Ceca per l’installazione dei sistemi missilistici Usa, ed anche quelli con la Bulgaria e la Romania per la creazione di nove basi, rappresentano una minaccia per la sovranità dell’Europa e creano un rischio reale di un nuovo confronto militare sul territorio europeo.
E’ necessario il ritiro dall’Iraq e dall’Afghanistan della coalizione occidentale guidata dagli Stati Uniti. La comunità internazionale e l’Unione europea devono aiutare l’Afghanistan e la sua popolazione a trovare una soluzione politica, e non militare, sulla base del rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani.
Chiediamo la chiusura di tutte le basi Nato e Usa in Europa. Siamo contro gli impianti militari satellitari, siano essi degli Usa o dell’Europa. Sosteniamo pienamente tutti coloro che in Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Bulgaria lottano contro tali installazioni. Respingiamo qualunque uso a fini militari del sistema europeo Galileo.
Lo sviluppo delle politiche economiche e commerciali dell’Ue devono conformarsi al principio di uguaglianza di tutti i paesi. Gli accordi bilaterali di partenariato sono sbagliati. La politica commerciale internazionale dell’Ue deve essere orientata verso il fine di dare risposte adeguate alla crisi sociale globale e ai problemi ambientali. La lotta contro la povertà deve essere al centro delle finalità della cooperazione allo sviluppo. Questa non deve essere una nuova forma mascherata di colonialismo, e perciò non deve trasformarsi in una sostegno unilaterale agli interessi delle industrie europee di esportazione.
Chiediamo anche che sia vietata la trasformazione degli alimenti in combustibile. Chiediamo l’annullamento del debito per i paesi più poveri del mondo e la revisione dei programmi di aggiustamento strutturale della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale.
Siamo favorevoli a un ulteriore sviluppo della cooperazione mediterranea. Questa è la chiave per il raggiungimento della pace e della sicurezza nel Medio Oriente.
Occorre un processo democratico e trasparente per colmare il divario tra i paesi del Nord e del Sud del mediterraneo. Questo è l’unico modo per evitare di trasformare l’ambizioso progetto politico di Unione mediterranea in una struttura politica di disuguaglianza.
Un Mediterraneo di pace stabile e duratura è impossibile senza la risoluzione del conflitto in Medio oriente. La condizione è il riconoscimento del diritto del popolo palestinese ad avere un proprio Stato indipendente. La Sinistra Europea si batterà con forza per spingere l’Unione europea ad agire in questa direzione.
L’Europa deve impegnarsi attivamente per porre fine all’occupazione militare dei territori palestinesi, per l’abbattimento del muro, in conformità col pare consultivo espresso dalla Corte penale internazionale, e per il rigoroso rispetto di tutte le risoluzioni Onu.
L’Europa deve chiede in questo il sostegno dei paesi arabi della regione.
La Sinistra europea si oppone alle politiche Usa e Ue di scontro con l?Iran sulla questione degli impianti per l’energia nucleare ed esige che si faccia una politica rigorosa di negoziati.
La Sinistra europea, al contempo, sostiene le forze politiche e sociali che in Iran si battono per il rispetto dei diritti umani.
La Sinistra europea ribadisce il proprio impegno a favore di un processo di sicurezza e cooperazione tra tutti gli Stati del Mediterraneo e del Medio Oriente, compreso il diritto all’autodeterminazione del popolo Saharawi sulla base delle risoluzioni Onu 1754 e 1783.
La Turchia deve rispettare i diritti umani, compresi quelli delle minoranze interne. Una politica democratica e pacifica nei confronti del popolo curdo contribuirebbe anche alla soluzione politica del problema curdo in altri paesi del Medio Oriente.
Il cambiamento del clima politica a Cipro dopo l’elezione di Dmitris Christofia a presidente della Repubblica apre nuove speranze e prospettive per gli sforzi di riunificazione dell’isola.
La Sinistra europea è favorevole alla creazione di tutte le condizioni politiche ed economiche per una pacifica convivenza dei popoli e degli Stati europei. L’Europa ha bisogno di uno spazio economico e sociale che non escluda nessun paese europeo. La Sinistra europea è a favore di un ulteriore allargamento dell’Ue e per la creazione di una pan-struttura europea che superi le divisioni politiche ed economiche in Europa. Per questo la SE sostiene in particolare la salvaguardia della governance democratica, garantendo la realizzazione dei diritti umani per tutte le persone, di rispetto e tutela delle minoranze e per il rispetto dello stato di diritto come condizione per negoziare con i paesi candidati all’adesione all’Ue.
La SE chiede una politica di buon vicinato sulla base dell’uguaglianza, in particolare per quanto concerne i paesi della Csi e gli Stati balcanici occidentali.
UN’ EUROPA DEMOCRATICA E PARITARIA
La ricostruzione democratica dell’Europa resta oggi un problema urgente
Tutti gli esseri umani che vivono in Stati membri dell’Ue hanno il diritto di partecipare alla costruzione dell’Unione europea e dei suoi sviluppi futuri. L’Unione europea deve aprire alla partecipazione democratica di tutte le persone, o essa non avrà alcun futuro.
Noi siamo per il rafforzamento dei diritti e delle libertà individuali, nonché per i fondamentali diritti politici e sociali di tutti coloro che vivono dentro l’Ue.
La Carta dei diritti fondamentali deve diventare giuridicamente vincolante e deve essere ulteriormente sviluppata.
Ci impegnamo per una legislazione europea che garantisca alle donne di decidere del proprio corpo, per una libera contraccezione e libero aborto garantito dal sistema sanitario pubblico. Vanno promosse leggi europee contro qualsiasi forma di violenza sulle donne. Risorse materiati sufficienti devono essere garantite per tutte le vittime della violenza.
L’Ue deve garantire e promuovere i diritti delle persone discriminate a causa della loro origine etnica, dell’orientamento sessuale, dell’identità di genere, di religione, ideologia, disabilità, età anagrafica. Chiediamo il rispetto di tutte le minoranze e un’azione coerente di contrasto a razzismo, xenofobia, ultranazionalismo, fascismo, sciovinismo, anticomunismo, omofobia e qualsiasi altra forma di discriminazione. Siamo per un’Europa laica.
L’Europa che vogliamo ha bisogno di una democratizzazione dell’economia. Codeterminazione e diritto di sciopero devono essere garantiti in tutti gli Stati membri.
La Se è per una politica culturale basata sul dialogo interculturale. Va contrastata la liberalizzazione dei servizi culturali. Vogliamo che il dialogo tra le culture diventi un principio di una politica di pace a livello locale ed europeo. Noi sosteniamo la Convenzione dell’Unesco sulla salvaguardia e la promozione delle diversità di espressione culturale.
Chiediamo anche una politica trasparente sui media. L’egemonia culturale e politica è sempre più dipendente dall’economia e dagli interessi militari. L’accesso alla società della comunicazione e informazione è un aspetto essenziale della partecipazione democratica, sia a livello nazionale che europeo. Siamo a favore di strutture democratiche nel servizio pubblico dei medi, per un accesso facile e a basso costo ai moderni media come internet.
E’ necessario invertire il processo di Bologna, impedendo la subordinazione della scuola, dell’università e della ricerca agli interessi delle industrie e del profitto privato.
L’istruzione è un diritto umano. Pertanto, sosteniamo tutti i movimenti degli studenti, genitori, insegnanti in Europa, che si oppongono alla riforma di Bologna, difendendo una istruzione pubblica e libera in ciascun paese.
L’istruzione pubblica deve essere inserita nei principi e valori che definiscono le caratteristiche essenziali della cultura europea. La scuola deve essere. In tutti i paesi membri, un luogo di incontro e di libero confronto tra le culture per una società multiculturale e multi religiosa, per lo viluppo di una educazione alla pace e all’uguaglianza di genere. Allo stesso modo, le università devono essere messe in condizione di sviluppare il loro indispensabile ruolo nella formazione culturale e scientifica fuori dalle logiche di mercato.
Per garantire lo spazio politico a tutti coloro che vivono dentro i confini dell’Ue, al Parlamento europeo deve essere conferita la funzione di iniziativa legislativa.
Le istituzioni dell’Ue (Consiglio, Commissione, Parlamento) devono aprirsi alla partecipazione della società civile, la quale deve avere la possibilità di controllare le loro decisioni.
Vanno messe da parte le misure e disposizioni antiterroristiche a livello Ue. Chiediamo l’abolizione della lista delle cosiddette organizzazioni terroristiche, la quale mette a repentaglio la libertà dei cittadini.
Vogliamo un’Europa aperta e cosmopolita in materia di migrazione. L’Europa non è una fortezza che debba respingere le persone che si trovino in stato di bisogno. E’ necessaria una politica europea sul diritto d’asilo in conformità col la Convenzione di Ginevra.
Pertanto, esprimiamo la nostra contrarietà al vigente sistema Frontex di controllo delle frontiere. Vanno chiusi i centri di detenzione per migranti.
Ci opponiamo alle scelte dell’Ue e dei governi nazionali che impongono meccanismo di “repressione preventiva” e di “deposito preventivo dei dati personali” (trattato Prym). Questi provvedimenti favoriscono gli abusi nei trattamenti dei dati personali da parte della polizia, della magistratura, dei servizi segreti, di aziende private, il tutto col pretesto della difesa della sicurezza pubblica.
Noi, partiti della Sinistra europea, condurremo avanti una campagna nei singoli paesi su questi obiettivi in vista delle elezioni al Parlamento europeo del 2009.
Vogliamo una sinistra e un gruppo parlamentare forte in modo da essere in grado di cambiare l’Europa.
Ogni voto per un candidato della Sinistra europea è un voto per un‘Europa di pace, sociale, ecologica, democratica e femminista, per un Europa della solidarietà.
Manifesto della Sinistra Socialista - Sintesi
La fine del vecchio e l'inizio del nuovo secolo sono segnati da una forte crisi che investe tutto l'intero sistema sociale : dall'economia alla cultura, dall'ambiente ai diritti. Le manifestazioni di questa crisi sono moltepilici : dalla crisi economica mondiale, che rischia di investire tutti gli stati sviluppati al dilagare della precarietà, finanche ad un mai risolto problema della disoccupazione; da un quanto mai attuale problema della pace nel mondo alle tragiche questioni ambientali, dall'invadenza della religione nella scuola, nella società, ad un imbarbarimento culturale delle giovani generazioni.Davanti ad uno scenario come questo, il nuovo movimento dei lavoratori, potrà vincere questa sfida solo dotandosi di un progetto ambizioso, alto e sinceramente realistico. Che trae la sua ispirazione dalle grandi culture politiche del passato ( socialiste e comuniste in primis ) e dalle grandi lotte che il movimento ha combattutto. La crisi di questo capitalismo è evidente, ma gli sbocchi non sono scontati : nella dilemma sempre attuale tra " socialismo e barbarie ", quest'ultima potrebbe prevalere.La capacità del nuovo movimento operaio di guidare ed incidere nei processi, potrà avere come possibile esito della crisi, il Socialismo. Socialismo che si svilupperà su pochi ma precisi criteri e valori : uguaglianza, centralità del lavoro, benessere economico diffuso, salvaguardia dell'ambiente, laicità della società come base dei diritti civili.Sarà necessaria nel tempo, una tessitura di alleanze riformatrici, con settori del nuovo movimento operaio e con settori della società progressista. Alleanze anche mobili, nel tempo e nei luoghi, senza perdere mai la prospettiva socialista ed anticapitalista. All'interno della varia articolazione della Sinistra, fondamentale sarà la ricerca dell'unità, nei contenuti, con partiti e movimenti. Dare cittadinanza politica alla Sinistra diffusa, a quella nascosta. La Sinistra che con coraggio e coerenza deve operare ovunque, in tutti i settori della società, dai luighi di lavoro alle periferie, dai movimenti a tutti i livelli delle istituzioni, senza paure. Per fare questo, è necessaria una chiara autonomia politico-organizzativa : plurale, che garantisca e che metta a valore le diverse esperienze e le culture.La situazione politica venutasi a creare in Italia ( due grandi partiti liberisti ) ci impone una svolta. La barbarie è dietro l'angolo.

